Le combinazioni visuali che scaturiscono nell’intesa tra linguaggio artistico e forma poetica

Intervista a Diego Miguel Mirabella, finalista al Talent Prize 2024 con l'opera "El asunto Miguel - Landrillo"

È difficile non meravigliarsi quando si entra in contatto con l’arte di Diego Miguel Mirabella. Conoscere i suoi lavori equivale ad accettare, consapevolmente o meno, l’avventato rischio di perdersi tra le narrazioni di uno scrittore visivo che non arriva mai a compromessi.

Sia che si tratti di sculture, mosaici, fotografie, le parole rimangono lì, tacite o manifeste, incastonate fra la stasi e il movimento di paesaggi familiari eppure ancora tutti da scoprire, in grafie immobili ma non così silenziose. La narrazione cambia nel momento in cui modifichiamo la nostra prospettiva e accettiamo che il senso non è univoco ma si interseca negli innesti della nostra immaginazione. Una ricerca dell’altrove e dell’esotico conduce l’artista a un repertorio eterogeneo ma dalle multiple identità, proprio come se si trattasse delle opere di un collettivo, mosso da una continua inquietudine tra l’intento e il desiderio, nell’umano tentativo di raccontare una storia che appartenga a tutti, anche se proviene da lontano.

Con l’opera El asunto Miguel – Ladrillo sei arrivato tra i finalisti del Talent Prize 2024. La scultura è sintesi di una storia connessa alla cultura peruviana. Che significato si cela dietro le incisioni che ne ornano la superficie? E com’è nata l’idea di una installazione scultorea del genere?

Le sculture appartenenti alla serie El asunto Miguel sono racconti circolari del mio incontro con una cultura a me cara, perché vicina alle mie origini (sono peruviano da parte di madre) che si evince sin dalla seconda parte del mio nome. Il viaggio si esperisce già girando intorno alle sculture a misura d’uomo: è un percorso che non ha volutamente inizio e fine, che non viene osservato nella sua interezza.

La base, parte di questa peregrinazione, è il tentativo di mettere la storia in un contesto, quello in cui questi lavori sono nati: il Perù e i suoi paesaggi. I disegni sui mate burilados non sono stati realizzati da me, ma raccontati in forma orale ai depositari di questa antichissima tradizione, gli artigiani della regione di Huancayo, che gli hanno accolti e incisi nelle zucche non scordandosi di fonderli con i disegni che sono soliti fare nella loro tradizione, analogamente per narrare in forma visiva la vita della Costa, la Selva e la Sierra e dei suoi abitanti.

In particolare, il lavoro in mostra è stato realizzato da una donna che io, e non solo, reputo eccezionale: Irma Poma Canchumani. Dico “non solo” perché Irma Poma è riconosciuta dal Ministero della Cultura peruviano come Personalidad Meritoria de la Cultura e dall’UNESCO come Recognition of Excellence for Handicrafts in the Andean Region, oltre ad essere un attivista per i diritti climatici e del pensiero degli indigeni sudamericani. Onorificenze a parte, è la persona che più conservo nel cuore del mio viaggio perché in un pomeriggio, nella sua casa di Cochas Grande, ha letto il mio volto come potrebbe solo uno sciamano, con lei ho percepito che la divinità del Pachamama (la madre terra, divinità inca e peruviana) trae le sue origini dalla dolcezza dell’amore materno, che mi ha trasmesso con pochi semplici gesti. È stato un incontro magico.

La tua è un’arte dell’incontro, una celebrazione dell’altro e del diverso, che porta necessariamente a riflettere sul concetto di relazione. Spesso affidi la tua creatività a degli artigiani locali, cosa ti porta a questo processo?

Le mie esplorazioni personali sono spinte da una profonda curiosità nei confronti dell’altro, l’incessante ricerca di compagni con cui condividere una parte del viaggio, per apprendere tecniche affascinanti e secolari. Il mio è un lavoro eterogeneo per l’eccesso di curiosità, per aver consapevolmente scelto di nuotare nell’indecisione.

Nel 1965 Nicolas Bourriaud parlava di “estetica relazionale”: partecipazione, presenza e confronto sono la base di partenza per gli artisti che operano in questi decenni. Ad essere fondamentale è l’atto creativo che abbatte barriere e crea relazioni. Ti senti in qualche modo legato a questo tipo di pensiero?

Ho sempre detto, non del tutto scherzando, che in fondo faccio parte di un collettivo che porta il mio nome. Io sono l’addetto alla firma, mi prendo oneri e onori; insomma, la responsabilità. Un’altra cosa che ripeto spesso è che attraverso gli altri, che siano artisti, artigiani o intere culture, cerco – per usare un termine teatrale – il mio straniamento, un momento per uscire dal mio palco e mettere in dubbio il copione dei miei pensieri.

Nei lavori che presenti è davvero labile il confine tra arte e poesia. Ci sono testi letterari che ispirano il tuo immaginario?

Intendiamoci, non sono un grande lettore di poesie ma più di prosa. Della scrittura amo il gusto della scelta della parola giusta, la sottigliezza del sinonimo, il potere della punteggiatura ma soprattutto le condizioni, le scene alle quali, come da un dirupo, possono portare le parole: una frase scritta bene ti può portare a sentire la bocca arsa e senza mai usare la parola pietra farti sentire la ruvidità di un tufo che probabilmente immaginerai giallo. Chissà se sentirai caldo, una parola in più forse ti farà pensare al mediterraneo o a una distesa desertica: ecco che le parole si sono fatte immagini. Penso come uno scrittore ma provo a farlo con il visivo, un tentativo di traduzione.

Ci sono degli scrittori, uno per tutti Camus, che ad esempio riescono a far diventare il protagonista di un libro una condizione, come ad esempio lo è il caldo nel suo libro più importante. Il mio lavoro ha dei temi che si ripetono, dei topoi, e tra questi c’è il viaggio, il rapporto con le culture, una tormentata odissea e altri. Tutto questo viene scritto anche con quelle che io reputo delle lingue visive: l’ornamento e la decorazione.

Dopo la chiusura degli studi al Lanificio, un nuovo inizio. Che progetti futuri hai?

Con Alessandro Dandini de Sylva e Marco Emmanuele abbiamo appena finito di mettere a posto il nuovo studio che adesso dividiamo con Fabio Barile, artista fotografo sorprendente. I miei progetti al momento sono solo quelli di crescita personale e perciò, anche, di migliorare la mia “scrittura”.

L’opera finalista al Talent Prize 2024

L’opera di Diego Miguel Mirabella è parte di una serie di sculture nate dalla collaborazione tra l’artista e gli artigiani peruviani del mate burilado, una tecnica di incisione preincaica su zucche ornamentali, diffusa in diverse regioni del Perù. Il particolare manufatto nasce più di 3500 anni e si diffonde in tutte le civiltà agricole: a differenze delle altre culture, nel paese sudamericano è utilizzata per raccontare storie della Costa, della Selva e della Sierra. L’artista affida poi ad artigiani locali frasi e suggerimenti personali da fondere con rappresentazioni più tradizionali della cultura andina.

Trattandosi di un’opera scultorea a tutto tondo, per comprenderla è necessario camminarci attorno, osservarla da più punti di vista, proprio come un sogno che illumina e riporta una serie di immagini. L’opera svetta su un piedistallo realizzato appositamente dall’artista con vari materiali e tecniche: interpretazioni visive di un racconto di viaggio attraverso il paese sudamericano e il suo paesaggio personale.

Chi è Diego Miguel Mirabella

1988 Nasce il 9 marzo ad Enna

2015 Dopo un periodo nello studio di Pietro Fortuna si trasferisce a Londra dove co-fonda l’artist-run space Limone

2021 Partecipa a numerose mostre in Italia e all’estero, tra cui Materia Nova alla GAM di Roma e One clover and a bee. And revery alla Moonens Foundation di Bruxelles. È tra i vincitori di Cantica21, promosso da Maeci e MIC

2022 Intraprende un viaggio in Perù per iniziare il progetto El asunto Miguel in collaborazione con artigiani locali

2024 Dopo aver partecipato ad Una Boccata d’Arte 2023, promossa dalla Fondazione Elpis, inaugura la sua ultima personale da Studio SALES di Norberto Ruggeri, Porta su di te ciò che vuoi

info: diegomirabella.com