Ampliare l’autorialità: intervista a Diego Randazzo

Archivi personali e immagini generate dall’algoritmo, su Inside Art 129 ce ne parla Randazzo, menzione speciale della giuria al Talent Prize

Diego Randazzo ha concentrato la sua ricerca artistica degli ultimi anni sul rapporto tra la sfera pubblica e aperta della rete e quella intima e privata del quotidiano, considerate interconnesse. È dalla compresenza di queste due dimensioni che deriva l’esigenza di una tecnica mista che comprende disegno, pittura, immagini in movimento, fotografia e animazione. Riferendosi alle immagini tratte dal web e all’ascesa dell’intelligenza artificiale, sostiene una concezione più ampia di autorialità, in cui una polifonia di voci possano collaborare tra loro, usufruendo anche di intelligenze artificiali.

I tuoi lavori hanno una dimensione narrativa che fa dialogare eventi distanti tra loro nella forma e nello spazio-tempo. È il caso del trittico biglia blu, premiato durante l’ultimo Arteam Cup 2020. 
Spesso faccio riferimento alla figura retorica della sineddoche per spiegare le mie esigenze narrative. Questa rappresenta bene alcuni dei miei lavori, che cercano di connettere gesti quotidiani a grandi eventi della storia e piccoli dettagli a sistemi complessi. La sinestesia, che significa “capire più cose insieme”, sintetizza puntualmente questi miei obiettivi poetici. La narrazione e il racconto sono sempre stati fondamentali nella mia pratica. Quando parlo di racconto, non intendo una storia lineare, ma piuttosto l’evoluzione di una storia e il concetto di tempo associato ad essa. Nel trittico La biglia, mostro tre immagini apparentemente diverse: il lancio dell’Apollo 11, la terra fotografata dagli astronauti durante il viaggio di ritorno dalla Luna (blue Marble) e un mio scatto che rappresenta un’adolescente in volo sulla tradizionale giostra a sellini rotanti (calcinculo). Con un po’ di immaginazione, possiamo collegare questi tre momenti e, con un salto nel tempo, passare dall’anelito di scoperta degli astronauti al desiderio di libertà dei giovani. In questo modo, colmiamo le distanze spaziali e temporali tra due mondi apparentemente lontani. Traguardi e vertigini si fondono in un’unica visione.

Immagini simili nasce da una scena vista al Rockbund Museum di Shanghai, nel 2017. Una giovane donna è seduta sul pavimento, in un angolo di una delle sale museali. 
L’aspetto più interessante del progetto è legato alla sua origine, durante la prima ondata di pandemia del 2020. In quel periodo, stavo cercando corrispondenze visive a partire da una mia foto scattata a Shanghai nel 2017. Questa foto, casualmente trovata nel mio archivio analogico, mi ha colpito per il senso di isolamento e impotenza che trasmetteva. Rappresenta una vasta sala al Rockbund Museum, con una ragazza circondata da un’aura ambigua: non si capisce se sia una performer o una visitatrice annoiata della mostra in corso (Synchronicity, di Philippe Parreno). Una scena di per sé ricca di spunti, tra cui il senso di vuoto, lo smarrimento, il disorientamento e la paura che caratterizzavano quel momento angosciante. Volendo però esplorare ulteriori connessioni di significato ho utilizzato il metodo di ricerca di Google per “Immagini correlate o simili”. L’algoritmo ha sorprendentemente identificato solo le pareti vuote e la prospettiva minima del pavimento come elementi centrali in tutti i risultati, trascurando completamente la figura femminile a causa delle sue dimensioni ridotte rispetto alla vastità della sala. Questa deviazione semantica ha cambiato radicalmente il mio progetto, spostando l’indagine verso l’assenza piuttosto che sulla presenza umana. L’errore generato dall’algoritmo ha dato vita a un’altra storia, alternativa, in cui la protagonista scompare da una fotografia perché non viene riconosciuta dall’algoritmo. Sono diverse le similitudini con gli errori dell’Intelligenza Artificiale nel rappresentare dettagli del corpo umano, come le mani e gli occhi, rendendo il progetto Immagini simili ancora più rilevante in relazione alle sfide attuali.

Mutoscope II utilizza un primo dispositivo per le immagini in movimento. In che modo la tua narrazione è legata al cinema e in generale all’immagine in movimento?
Il Mutoscope II potrei definirlo una macchina antica per produrre immagini nuove. Oppure una “dimora per gif analogiche”. È un congegno metà elettronico e metà analogico, che si rifà al suo omonimo realizzato alla fine dell’ottocento da Edison e Casler. All’interno della mia produzione rappresenta uno dei tanti affondi nel linguaggio cinema, che mi permettono di spaziare e trattare dei temi attraverso la multimedialità. In fondo, tutto il mio percorso è costellato da rimandi al cinema, a partire dalla mia formazione fino ad oggi.

Le immagini prodotte per Mutoscope II sono anche soggetto della serie di GIF Tutto l’intorno del momento. Come si collegano questi due lavori?
Tutto l’intorno del momento è una ricerca visiva che si concentra su due momenti specifici: il disegno e l’animazione. Il disegno viene sviluppato su diverse tavole raffigurando un soggetto nelle varie fasi del suo movimento. Sembra di vedere brevi storyboard cinematografici, ma che non delineano una trama. Questo progetto rappresenta l’origine dei miei studi sull’immagine in movimento e si lega formalmente agli esperimenti sulla persistenza retinica del Precinema (Zootropi, Fenachistoscopi, Prassinoscopi e Mutuscopi). 

BOX
Flat – Perché un algoritmo elimina l’uomo da una stanza piena di solitudine, menzione speciale della giuria al Talent Prize 2023 è la prima restituzione della ricerca condotta sull’algoritmo di Google. Una mappa visiva realizzata attraverso una serie di istantanee, tutte realizzate ri-fotografando i risultati della ricerca, ovvero le stanze vuote. Si tratta di 36 immagini che a prima vista, sembrano molto simili. Osservate con attenzione, mostrano alcune differenze: pavimenti, illuminazione, tappezzeria e oggettistica. Illuminate nel dettaglio, queste immagini mostrano una chiara assenza del calore generato dalla presenza umana. Attualmente l’artista sta lavorando a nuove opere con un approccio tecnico inedito. «L’idea è quella di far confluire tutti i linguaggi che ho sviluppato finora all’interno della stessa opera – spiega Randazzo – concependo dei veri e propri assemblaggi visivi. Inoltre attraverso l’utilizzo dell’AI sto approfondendo sempre di più i temi che mi stanno a cuore: il rapporto tra individuo e tecnologia e tra natura e tecnologia, esplorandone conflitti e armonie».

BIO
1984 – Nasce a Milano il 12 aprile
2007 – Dopo gli studi al Liceo Artistico di Brera, si laurea in Scienze dei Beni Culturali con una tesi in ‘Istituzioni di regia’ all’Università degli Studi di Milano
2019 – La sua installazione #Kids, tributo alla tragedia dei Piccoli Martiri di Gorla e a tutti i bambini vittime delle guerre, entra a far parte della collezione permanente di Casa della Memoria Milano
2021 – Sviluppa il progetto Immagini simili – studio 1 che culmina nell’omonima personale nella galleria ADD-art di Spoleto, a cura di Bianca Trevisan
2022 – Inaugura la personale Pluto on me alla Fondazione Leonesio (Puegnago del Garda – BS), a cura di Kevin McManus e Mariacristina Maccarinelli e contemporaneamente nello spazio Subplace (Milano) curato da Rossella Moratto e Joykix

Info: diegorandazzo.com