L’intervista a Sergio Lombardo: «La cultura non può essere ridotta a merce, è un errore che non perdonerò mai agli americani»

Insieme a Sergio Lombardo, in mostra all'Ambasciata d’Italia a Washington, ripercorriamo le tappe del dialogo artistico tra Italia e USA

Sono trascorsi 60 anni da quella tragica giornata a Dallas. Un colpo d’arma da fuoco pone fine alla vita di John Fitzgerald Kennedy, il più amato presidente degli Stati Uniti che la storia ricordi. Proprio in occasione di tale ricorrenza, Il Ministero degli affari esteri e della cooperazione Internazionale presenta la mostra itinerante 2JFK by Sergio Lombardo, ospitata nell’Ambasciata d’Italia a Washington. Un’esposizione, ideata e curata da Miriam Mirolla, storica dell’arte contemporanea e docente di Psicologia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, che si pone l’obiettivo di presentarsi come strumento di diplomazia culturale italiana negli stati Uniti. Al di là di ogni considerazione sulla vicenda umana e politica di quest’uomo che accese speranze e alimentò pettegolezzi, è oggi legittimo affermare che il suo entusiasmo e il suo esempio coinvolsero soprattutto i giovani che, consci del rinnovamento, si servirono di linguaggi emozionali e simbolici nuovi attraverso la musica, la fantasia dell’abbigliamento, la sfrenata volontà di vivere, la pace che affratellava e abbatteva le barriere sociali. 

Questa rivoluzione culturale si accompagna però alla definitiva affermazione del colosso americano a capo del blocco occidentale, nella stagione successiva al secondo conflitto mondiale. I simboli sono fondamentali nella definizione dei linguaggi psicologici e tra gli artisti Italiani Sergio Lombardo approccia frontalmente la teorizzazione degli effetti della comunicazione di massa sulla società di quegli anni. 

L’artista scienziato ci racconta la genesi del suo interesse verso John F. Kennedy che acquisisce per lui una notevole centralità, sia per l’influenza crescente dei mass media sul pubblico  (sono anni in cui la figura di Kennedy diventa mito), sia per la sua centralità storica nel mantenimento di equilibri di pace. Lo sguardo di Lombardo ci accompagna tra le fitte trame geopolitiche che coinvolsero l’Italia degli ani ’60, la sua cultura e i suoi movimenti artistici,  di cui lui è oggi tra i più eccezionali testimoni.

Tutto prende piede dai Monocromi, come nasce questa prima serie di opere?

Io non sono mai stato particolarmente iconoclasta ma da ragazzo, 16-17 anni, non volevo fare l’artista, ero affascinato dall’ambiente dell’arte, volevo comprenderlo ma era davvero impossibile: tutti pontificavano sulla bellezza dicendo cose sempre diverse. Per rispondere a questo, che è stato in fondo il principio dell’eventualismo, ho assunto il mio approccio freddo, cinico, scientifico. Mi dicevo: “Se facessi un quadro come non dovrebbe essere secondo tutti questi critici e storici, sicuramente allora, almeno sulla questione tecnica, saranno tutti d’accordo.” A quel punto realizzai un quadro che ricordava una griglia cartesiana, completamente verniciato di nero. Esposi questo lavoro per la prima volta alla sezione del PC di Cinecittà. Mi attaccarono e il critico Antonio del Guercio disse: “Abbiamo esposto il quadro di Sergio Lombardo per farvi vedere come non si deve dipingere!”. Mi cacciarono ma in quell’occasione conobbi Festa, Mambor, Tacchi

Questa fu la mia prima disavventura con l’arte e pensai che fare l’artista non fosse cosa per me. Una volta entrato nell’ambiente frequentato dagli altri pittori e scultori, capii di avere su di loro un certo carisma. Io avevo frequentavo giurisprudenza, dopo il liceo classico, vestivo in camicia bianca e giacca. Questo faceva arrabbiare tutti ma allo stesso tempo erano affascinati dalla mia dialettica e dalla mia conoscenza delle lingue. Oltre ciò io avevo il desiderio di avere una mia personale idea dell’arte. Sapevo di non sapere ancora a sufficienza ma ero pronto a comprendere. 

Dopo questo esordio turbolento però arrivano i riconoscimenti…

Si, nel 1961 espongo la serie dei monocromi alla Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma. I quadri non erano stati prodotti solo quell’anno ma per me è sempre stato fondamentale dare spazio e tempo alla ricerca. La mia produzione venne vista da Palma Bucarelli che quando vide le opere esposte mi abbracciò. In quell’occasione conobbi Mario Schifano, che ancora non avevo incontrato, Carlo Giulio Argan e tutti si congratularono.

Com’era Roma in quegli anni…?

Io frequentavo le gallerie più avanzate dell’epoca nell’ambiente romano ed erano solo due: una aveva appena aperto, era La salita di Gian Tomaso Liverani e l’altra era La Tartaruga di Plinio de Martiis. Loro erano molto in contatto con i galleristi americani come Leo Castelli. In quel momento c’era anche Palma Bucarelli che invitava a Roma artisti d’oltreocenao come Rothko e Pollock. Non c’è da stupirsi: in quel momento Roma era idealmente la capitale europea. Per tre o quattro anni Roma lo è stata e venivano tutti qui. Roma era la capitale del mondo nuovo e si doveva costruire l’Europa da zero dopo la seconda guerra mondiale. Tutto si esaurì per questioni di principio portate avanti dai maggiori nomi dell’epoca che si impegnarono in un braccio di ferro con gli americani, qualcosa che ha spento quell’interesse sulla Capitale, facendo muovere gli americani altrove nella penisola. 

…e come è cambiata nel tempo?

Roma non è mutata, il mondo è cambiato, Roma è eterna, ha questa caratteristica di mantenere nel suo ventre una specie di setta. Roma è una grande città, a volte moderna, a volte paesana, però c’è sempre qualche gruppo, magari occulto e non popolare, che sta all’avanguardia rispetto al resto. La Tartaruga per esempio è stata recentemente riscoperta insieme alla scuola di Piazza del Popolo. Per decenni è stata considerata qualcosa di laterale e goliardico. Oggi tutti sono d’accordo che la nostra arte contemporanea viene da La Tartaruga. Roma è sfaccettata è complessa. La sua età dell’oro è terminata dopo la Biennale di Venezia del 1964, poi arrivano gli anni di piombo, Roma era pericolosa e venne completamente sottomessa al mercato americano. La cosa più grave fu la perdita dei riferimenti stilistici e la mancanza di apprezzamento per la ricerca. In quegli anni il concetto di ricerca veniva denigrato. C’era un ritorno alla magia. Il post-moderno diceva di voler superare il futurismo e il modernismo ma alla magia. È stata gravissima questa deviazione e fino a oggi l’Italia è stata persa, brancola nel buio, non si sa cosa è necessario studiare. Per cinquant’anni è mancata la rotta.

Gli americani hanno mai realmente riconosciuto il valore dell’avanguardia italiana?

Le premesse appena fatte dimostrano un interesse innegabile degli americani per ciò che stava succedendo da noi. La guerra però l’hanno vinta gli americani, contrariamente a come piace invece raccontarcela. Non siamo noi i vincitori,  L’Italia è stata sconfitta e poi liberata. Il valore delle avanguardie italiane di inizio secolo, oggi possiamo dirlo apertamente, non poteva essere negato. Il futurismo ha generato qualcosa in cui si sono riconosciuti anche gli artisti d’avanguardia degli anni ’60 in America: John Cage, Allan Kaprow, loro studiavano i maestri futuristi e i loro manifesti, studiavano la radio futurista. Nessuno lo ha detto agli italiani. Il blocco comunista ha avviato una rimozione dell’eredità dell’avanguardia per i collegamenti con il fascismo. 

In America l’avanguardia degli anni ’60 godeva di grande rispetto sopratutto da parte delle Istituzioni politiche. In Italia la situazione era molto diversa. Cosa c’era in America che qui è mancato?

Gli italiani erano più avanzati nella ricerca teorica, gli americani erano più avanzati dal punto di vista politico. Basti pensare a Robert Rauschenberg, a vent’anni lui aveva un suo lavoro alla Casa Bianca. Perché un ventenne avrebbe dovuto avere il suo dipinto installato alle spalle del Presidente degli Stati Uniti? Come si può non pensare che da parte degli americani non ci fosse un preciso progetto politico che voleva l’arte contemporanea dell’epoca dalla sua parte come arma culturale? Nessuno lo ha capito all’epoca. Gli americani hanno fatto di tutto per avviare una conquista culturale del mondo.

Kennedy è uno dei leader che sono stati scelti per la serie degli uomini politici, secondo quale criterio erano selezionati tali personaggi?

Non l’ho scelti. La mia selezione sarebbe stata in ogni caso inevitabile. Gli Stati Uniti hanno utilizzato i mass media per propagandare il loro pensiero e lo spirito americano. Sui giornali potevi vedere solo le persone molto importanti o che a breve lo sarebbero comunque diventate. Io frequentavo la biblioteca americana di Via Veneto e andavo a sfogliare le riviste americane. Io parlavo inglese e avevo amici stranieri e per me era facile capire ciò che veniva scritto. In quei momenti non mi trovavo di fronte solo a Kennedy, ma a tutta quella che è stata la politica internazionale degli anni ’60. Io usavo la carta velina all’epoca e ricalcavo le sagome di quegli uomini che osservavo. Questo gesto aveva un senso: in queste fotografie ci vedevo una comunicazione non verbale e ne scoprii in questo modo l’incredibile potenza. La mia ricerca superava il conflitto tra capitalismo e comunismo, io mi sono concentrato sulle manifestazioni, sui segnali di potere. Non è uno stile quello di Kennedy: i suoi erano gesti di potere, come lo erano anche quelli di Nikita Nikita Krusciov. Io desideravo che incutessero timore sul pubblico, erano infatti mal dipinti e in scala molto maggiore rispetto a quella umana, ed era impossibile sfuggire alla reazione inconscia che queste opere determinavano. Da questo punto di vista infatti si potrebbe dire che le esposizioni di questi quadri fossero degli happening: le persone acquisivano un atteggiamento di difesa oppure scappavano, non si poteva comunque rimanere impassibili. 

Da una prima fase della produzione in bianco e nero si arriva anche ai colori…

Il passaggio al colore era necessario per ribadire un approccio scientifico. Quando ho prodotto questa serie volevo comprendere se fosse possibile realizzare un volto secondo criteri matematici. Ho creato così un algoritmo che generasse una metodologia di produzione. Quest’idea è solo l’evoluzione di ciò che avevo già avviato in precedenza con i Monocromi. 

Oggi, rispetto al passato, questo approccio scientifico all’arte è stato recuperato dalle nuove generazioni?

No non è stato recepito dai giovani. Oggi abbiamo questi nuovi strumenti tecnonologici basati sull’intelligenza artificiale, Midjourney, ChatGPT sono programmi grafici, non sono opere d’arte ma puoi ovviamente utilizzarli per creare arte. L’errore popolare è quello di confondere la scienza con la novità tecnica. Ne è un esempio il grande caso degli NFT, anche in quella vicenda che sembra ormai esaurirsi è avvenuto un nuovo scambio tra arte e tecnica. Non è quella la nuova arte, quello è solo un semplice archivio. La cultura occidentale ha commesso l’errore di mettere il mercato al centro delle teorie estetiche, dando quindi l’occasione di avvalorare il pensiero secondo cui l’arte diviene tale solo nel momento in cui la vendi. La cultura non può essere ridotta a semplice merce. Questo è un errore che io non perdonerò mai agli americani.

Sergio Lombardo è attualmente impegnato con un nuovo progetto espositivo, realizzato per la galleria romana 1/9. Inaugurata il 6 giugno, la personale capitolina presenta al pubblico la serie delle 25 Unpredictable Faces, già pubblicate sulla Rivista di Psicologia dell’Arte nel 2022, e della serie inedita 15 Extra-Humans, opere nate dall’incrocio della visione artistica di Lombardo e le prodezze di un algoritmo.

Sergio Lombardo, 2JFK by Sergio Lombardo, a cura di Miriam Mirolla
Ambasciata d’Italia a Washington
9 Maggio – 28 Agosto 2023

Sergio Lombardo, Extra-Humans – stochastic face generation
Galleria 1/9 – Palazzo Santacroce
Via degli Specchi, 20
6 giugno – 23 settembre 2023
Info : www.unosunove.com

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