Il corpo eretico. Le origini della danza butō al MAXXI

Tre appuntamenti dedicati al Butō. La danza delle tenebre si muove tra le gallerie del MAXXI che ne racconta le origini

Il MAXXI, in occasione della mostra TOKYO REVISITEDDaidō Moriyama con Shōmei Tōmatsu, accoglie Il corpo eretico. La rivolta, il primo dei tre appuntamenti a cura di Maria Pia D’Orazi dedicati al Butō e alle sue trasformazioni nel tempo. 

Il cuore del primo incontro è la Tokyo degli anni ‘60, una città in piena modernizzazione e ricostruzione post-bellica, il cui sfrenato sviluppo tecnologico genera un grande senso di alienazione, sociale, culturale e psicologica tra i suoi abitanti. Inoltre, dopo il Trattato di Sicurezza con gli Stati Uniti del ’51, l’introduzione dispotica della cultura occidentale su suolo giapponese scaturisce una rottura con la continuità culturale del Giappone antebellico. La crisi di identità che ne consegue segna indelebilmente gli anni a seguire, marcati da movimenti di avanguardia, controcultura e protesta artistica e sociale. Le strade delle città, specialmente quelle di Tokyo, si trasformano in spazi di ricerca e sperimentazione che gli artisti impiegano per esprimere il loro sconforto e desiderio di ribellione contro il sistema.

In questo clima di incertezza il giovane coreografo Tatsumi Hijikata, con il ballerino Kazuo Ōno, sviluppa un nuovo linguaggio che fonde il teatro classico giapponese con le moderne danze europee, in particolare la danza espressionista. Nasce così il Butō (舞踏), una danza d’avanguardia che, attraverso una densa, anarchica e disobbediente corporeità, rivendica lo spazio dell’alterità, del perverso, del brutto, del corpo come entità a sé, teatro di deviazioni, miti, sogni, incubi, al confine tra vita e morte. In questa pratica, il senso di straniamento e inquietudine dello stare al mondo si ritrova nel corpo e in tutte le sue possibilità di trasformazione, per andare al di là della ragione e cercare sé stessi nella molteplicità dell’essere. Ankoku Butō (暗黒舞踏), “la danza delle tenebre” è il nome del primo gruppo di ricerca del Butō in cui il corpo è vissuto come il veicolo per eccellenza attraverso il quale percepire e riformare l’universo dell’inconscio, delle emozioni represse e dei desideri istintivi. 

Tutto il potere della morale civilizzata, mano nella mano col sistema d’economia capitalista e le sue istituzioni politiche, si oppone ferocemente all’uso del corpo semplicemente come fine, mezzo e strumento di piacere. In una società orientata sulla produzione, l’uso del corpo senza scopo, che io chiamo danza butō, è un nemico mortale che deve essere tabù” – Tatsumi Hijikata (To Prison). 

Il Corpo Eretico, MAXXI. Kasay Company. © Bozzo Mori

Di fronte al caos del mondo l’atto di esistere dinanzi alle sovrastrutture culturali diviene di per sé un atto di ribellione. Nelle esperienze del Butō si vedono corpi nudi completamente dipinti di bianco che si esprimono in spazi in cui tutto può succedere. Non ci sono limiti tra grottesco, decadenza, oscurità, erotismo e sacralità di un corpo che, più che rappresentare, evoca il conflitto che esiste tra natura e cultura, esaltando altresì il legame viscerale che l’uomo ha con il mondo, ricercando i propri simboli nel patrimonio dell’inconscio collettivo. 

In questa danza la potenzialità rivoluzionaria del corpo risiede nella ricerca del suo legame più intimo con la propria in-sofferenza, per lasciarsi trasportare alle pulsioni più oscure e incontrollate. Come afferma ancora Hijikata, “Il Butoh è il cadavere che si alza in piedi con un desiderio disperato di vita”. La dissacrazione estetica e sociale, la sorpresa, la repulsione che ne conseguono costringono lo spettatore a vivere nel presente, senza via di fuga verso universi altri e ancorano il suo sguardo nella concretezza di quel corpo che, senza vergogna, si mostra. 

L’utilizzo dinamico del vuoto, il grottesco, l’improvvisazione, la surrealtà, la nudità, la pittura della pelle sono tutti fili conduttori che evocano immaginari possibili e imprevedibili. Nella pratica del Butō non esiste un vero e proprio stile, ma un insieme di tecniche che fondono danza, teatro, performance, che esprimono attimi di vita nel momento presente, che ascolta la pulsione di muovere il corpo, coinvolgendo l’individuo a livello spirituale e psicosomatico. Nel tradire ogni aspettativa del pubblico, il Butō trasmette efficacemente emozioni potenti e contrastanti come paura, abbandono, solitudine ma anche rinascita, estasi ed erotismo.

Il Corpo Eretico, MAXXI. Ima Tanko. © Fabio Massimo Fioravanti

Come scrive la storica del teatro Maria Pia D’Orazi, “La danza non è uno spostamento fisico nello spazio ma una modificazione della coscienza che provoca nel corpo una metamorfosi”. Mentre osserviamo i danzatori muoversi nello spazio si percepisce infatti che stia accadendo qualcosa dentro il loro corpo, dentro la loro coscienza. Nel recupero della memoria istintiva di un corpo oppresso, danzare il Butō significa rinnovare in esso un contatto autentico e trovare un nuovo modo di muoversi nel mondo. 

Il corpo è ciò di più concreto che abbiamo, al contempo soggetto e oggetto, osservante e osservato, familiare e sconosciuto, amico e nemico. Il Butō non aggiunge niente a esso, ma lo presenta per quello che è. In questo non c’è spazio per la forma perfetta e ideale, specialmente perché nel buddismo non esiste permanenza e continuità poiché qualunque cosa è vista come una manifestazione di una relazione con qualcos’altro. Ne consegue che più che rincorrere la forma perfetta si preferisce il manifestarsi e lo svanire che si rivelano nell’istante ed è lì che si scopre la bellezza (Kyoto Butoh Kan, 2020). 

Scaturita da spazi ritmici fatti di tremori sincopati e movimenti metamorfici il danzatore porta in superficie pure visioni del suo subconscio, rispondendo a un’urgenza espressiva di ribellione contro la cultura e a favore di una riconnessione con uno stadio istintivo e non veicolato da una forma prestabilita. Micromovimenti che nascono dallo scheletro si dipanano nel resto del corpo in cui il danzatore si abbandona al flusso di energia che lo attraversa nella totale libertà. 
“Il Butoh è una cerimonia delle origini. Era già stata celebrata quando gli esseri umani apparvero sulla terra. Noi ne conserviamo la memoria, sepolta dentro i nostri corpi” (Maro). Le conformità estetiche della danza occidentale vengono dunque abbandonate per accogliere il carattere fluido e la molteplicità della natura umana. La danza butō è una pratica di riapertura, che risveglia la propria natura antica e selvaggia, un corpo naturale, che diventa un tutt’uno con l’azione, le cui forme diventano espressione dell’anima. 

Il Corpo Eretico, MAXXI. MasakiIwana. © Emilio D’Itri

Una volta concluso l’incontro, la performance di Marie Thérèse Sitzia Volgere. In dilazionato sguardo ha portato gli ospiti nella galleria vetrata del MAXXI dove è allestita la mostra dedicata ai maestri della fotografia di strada Moriyama e Tōmatsu. Nella performance la danzatrice vestita di nero, con i capelli raccolti e le labbra dipinte rosso fuoco, si muove tra gli spazi della galleria, ora in maniera celere e scattante, ora ferma, seppur mai realmente immobile. L’espressione triste e sofferente nel volto della performer che fissa il pubblico con occhi spaventati, rende il suo corpo altrettanto rigido e spasmodico, come se fosse sotto una perenne accusa e stesse reagendo a un abuso, forse dallo stesso pubblico che la osserva con occhi curiosi. 

Oggi il carattere politico del Butō delle origini si è perso. Eppure, in un mondo dominato dalla tecnologia, da professioni che ci allontanano dagli istinti primari e dalla natura stessa, il corpo costituisce un mezzo fondamentale per poter ascoltare noi stessi e allontanarci dalle manipolazioni della sociocultura contemporanea. Il peso delle ossa, dei muscoli, la profondità del respiro che radica le piante dei piedi nel presente, sono mezzi che possono invece nutrire esigenze che non sappiamo neanche di avere, per permetterci l’unione con l’ambiente e con gli altri esseri umani che lo abitano. Il passato e il futuro restano idee di un presente sfuggevole, e la danza butō esprime la libertà del vivere nel presente senza paura né vergogna, perché, ora più che mai, entrare in contatto con l’oscurità del nostro corpo e le sue potenzialità di risveglio e rivolta, è urgente e necessario. 


I prossimi appuntamenti al MAXXI si terranno il 7 ottobre con il talk Identità e appartenenza con le performance Across di Flavio Arcangeli, Melissa Lohman e World’s End Underground di Corvus Company, Kentaro Kujirai, Makoto Sadakata, Izumi Noguchi e il 14 ottobre con il talk Attivismo quantico con le performance Human Flourishing di Chiara Clara Burgio One soul, two incarnations di Reiji Kasai, Naoka Uemura, Hiroko Asami (Reiji Kasai Dance Company).

Info: www.maxxi.art

Articoli correlati