Identità di genere e linguistica: necessità di affermare un diverso modo di esprimersi e nel quale riconoscersi

Quando la lingua è potere, la rivolta linguistica delle soggettività lgbtq+. L'intervento di Laura Fontanella dal focus di Inside Art 125

Laura Fontanella, Traduttrice e co-fondatrice di Asterisco Edizioni, scrive di traduzione e studi di genere

Sin dall’antichità, nominare col vero nome le cose, gli esseri umani, le figure sovrannaturali, permetteva di esercitare su di loro un dato potere, di possederne la più intima essenza. Sin dall’antichità le parole sono state strumenti della magia: con cui plasmare la realtà, rendere visibile ciò che prima non lo era. Pensiamo al Merseburger Zaubersprüche, incantesimo scritto in Antico Alto Tedesco e risalente al IX secolo e che aveva lo scopo di curare la zampa ferita d’un cavallo. «Ben zi bena, bluot zi bluoda, lid zi geliden, sose gelimida sin», recita il testo, ossia «osso con osso, sangue con sangue, giuntura con giuntura, possano guarire». Il fatto che le parole abbiano sempre avuto il magico effetto di nominare, legittimare, creare non è quindi cosa nuova nella storia umana. Oggi, tuttavia, non solo utilizziamo le parole per assegnare un valore di realtà a oggetti e situazioni, per dar voce a pensieri, speranze, desideri, per descrivere in modo dettagliato la complessità del mondo attorno a noi. Oggi stiamo imparando a usarle anche per legittimare specifiche identità che, altrimenti, rimarrebbero, come sempre è stato, ai margini della narrazione eterosessuale cisgender e patriarcale, per fare in modo che quelle identità si riconoscano tra loro, creando una classe politica avente vertenze affini, capace di costruire comuni lotte per l’acquisizione dei propri diritti sociali e civili. L’intreccio tra questioni di genere e linguaggio non è argomento di dibattito esclusivamente odierno né si tratta di un dibattito relegabile al contesto della lingua italiana. L’eterocispatriarcato è una struttura sociale diffusa che agisce capillarmente, declinandosi a seconda del tempo e dello spazio; di conseguenza la rivolta linguistica delle donne, delle soggettività lgbtq+ e delle soggettività oppresse per classe, razza e abilità riguarda diversi contesti geografici, sociali e culturali. 

La filosofa e storica statunitense Susan Stryker, nel suo libro Transgender History, sottolinea come la questione della corretta pronominazione per le identità transgender e non binarie sia una questione su cui le soggettività singole o collettive si interrogano da diversi secoli portando anche avanti diverse proposte fattuali. Stryker parla, infatti, non solo degli attuali strumenti di cui buona parte della comunità transgender anglofona si dota, come nel caso della pronominazione singolare “they/them, di formule altre come i pronomi neutri “ze, “sie o parole come “thon, contrazione di “that one, cioè di quella persona lì, ma parla anche di meccanismi linguistici più arcaici e di come la lingua sia uno strumento malleabile, pronto e predisposto alla creazione di forme altre per sottolineare un’alterità. Stryker parla anche delle forme possibili per hackerare la lingua spagnola, lingua che, come l’Italiano, presenta un binarismo di genere particolarmente restrittivo, mediante l’uso della lettera -x in funzione di suffisso, ma anche della lingua cinese e della parola “tā”, usata per indicare un terzo genere, altro rispetto ai due socialmente imposti. “Le persone transgender e non binarie – afferma Stryker nel suo libro – spingono la lingua a evolversi, la spronano a prendere in considerazione una nuova realtà sociale che loro stesse stanno creando”. 

Analogamente, anche la filosofa nera lesbica bell hooks, in Insegnare a Trasgredire, sottolinea come la questione della lingua sia una questione non solo importante e avente a che fare con le questioni di genere ma anche uno degli assi su cui si innestano altri tipi d’oppressione, come quella razzista. L’intersezione tra genere, razza e lingua ha radici profonde, radici che risalgono al periodo coloniale dell’Impero Britannico, radici che affondano in un passato profondamente imperialista, violento, patriarcale e razzista, in cui la lingua è stata sia veicolo di quell’oppressione specifica sia strumento di rivalsa, di rivendicazione sociale e politica. bell hooks, infatti, scrive: “Incapaci di trovare un posto simile nell’inglese standard, creiamo il discorso vernacolare, rotto, spezzato e indisciplinato. […] Prendiamo la lingua dell’oppressore e la usiamo contro sé stessa. Trasformiamo le nostre parole in un discorso contro-egemonico, trovando la libertà nel linguaggio”. 

Se il legame tra le questioni di genere e il linguaggio non è né nuovo né legato esclusivamente all’italiano, è importante sottolineare come l’analisi di questo intreccio produca costantemente nuove domande, ampliando ulteriormente il nostro sguardo e la nostra ricerca di termini per nominare una realtà sempre più fitta, densa, stratificata, complessa, composta da soggettività che mettono in dubbio, alla luce del giorno, sulla pubblica piazza, senza più nascondersi, gli assunti di genere, sessuali e sociali che hanno caratterizzato le epoche precedenti. 

Nel volume Translating Transgeder, a cura di David Gramling e Aniruddha Dutta, pubblicato dalla Duke University Press, si sottolinea come la lingua inglese abbia in qualche modo appiattito una serie di specificità linguistiche tra atti traduttivi d’appropriazione. Nell’articolo di Jeff Roy, Translating Hijra into Transgender, si parla proprio di come talvolta, una lingua globalmente egemone, rischi di cancellare con la sola propria presenza differenze importanti per la comunità locale. Jeff Roy, infatti, nomina diverse identità di genere in lingua Hindu che, evidentemente, non possono né devono essere sinonimi di persona transgender nonostante alcuni elementi possano spingerci a includerle sotto questo termine ombrello: hijras, catla, kotis, kada-catla, jogtas, jogappas o, ancora, siva-satis. Facendolo, cancelleremmo la peculiarità di queste identità specifiche, cancelleremmo la loro storia. È sempre più necessario, quindi, non solo aver cura nella scelta delle parole nella propria lingua ma anche comprenderne le dinamiche sociali e politiche che sono alla base di una scelta anziché un’altra. Riconoscere la non neutralità del linguaggio di cui ci dotiamo, scegliere di usare un lessico altro, capace di rendere sfumature per altre soggettività assolutamente rilevanti, fa la differenza, spiega ancora Susan Stryker, tra la vita e la morte. 

Anche in Italiano, contrariamente forse a quanto si possa pensare, la visibilizzazione non solo delle donne ma anche delle soggettività lgbtq+ ha radici profonde e lontane. Gli anni Sessanta e Settanta furono per queste due macro categorie un momento di svolta: la lotta per il proprio riconoscimento sociale e per l’acquisizione di diritti civili era solo all’inizio ma comprendeva già l’importanza della nominazione attraverso lo strumento lingua, sottraendolo dalle mani del proprio oppressore. Sebbene ci siano state persone che, in modo più istituzionale, si siano fatte portavoce di queste nuove istanze linguistiche, è altresì vero che, queste istanze nascono in seno ai collettivi militanti, all’interno di quelle sacche di resistenza che, chi viveva ai margini, spesso attraversava.

Sebbene in Italia sia ancora una estenuante battaglia quella della corretta suffissazione delle professioni delle donne; sebbene i giornali, in caso di episodi transfobici incessantemente utilizzino una sbagliata pronominazione per parlare delle vittime, addirittura ricorrendo al deadnaming; sebbene sia ancora urticante per molte persone la sola visione di simboli tipografici altri che cercano di evidenziare una rottura con un sistema che ha discriminato, oppresso e ucciso le persone lgbtq+ per secoli, è altresì vero che i tentativi di rottura, di hacking del sistema lingua, di ribaltamento, di rivendicazione sono molteplici così come sono sempre di più le sperimentazioni linguistiche nel discorso scritto, fissato su carta, tra le pagine dei libri pubblicati da case editrici indipendenti che, politicamente, hanno abbracciato la necessità di un linguaggio diverso e di un altro modo di esprimersi che riconoscesse le altrui identità.

Nonostante la lingua sia uno strumento fluido, dinamico, malleabile, una gamma infinita di possibilità, e nonostante la lingua abbia sempre dato prova d’essere poco o addirittura per niente rinchiudibile in schemi fissi, impermeabile ai cambiamenti sociali, è importante ricordare che un’opposizione alla sua lenta ma inesorabile trasformazione ci sarà sempre. Chi ha paura della trasformazione, del cambiamento, della queerness, dell’abbandonare il proprio ruolo di genere, il proprio potere è, tendenzialmente, chi quel potere l’ha sempre detenuto. I cambiamenti linguistici a cui assistiamo oggi, siano essi passeggeri o duraturi, sono parte di un fenomeno molto più ampio e longevo. Provengono da una necessità che, fino ad ora, è sempre stata costante: quella dell’emersione di sé e della rivendicazione della propria sopravvivenza. Finché esisterà un sistema che opprime determinate soggettività per genere, sessualità, classe, razza e abilità, esisterà sempre una classe di soggettività oppresse che cercherà di reagire costruendo una lingua non conforme, mestiza, queer, trans, clandestina, che cercherà sempre di sfociare oltre i confini, di abbattere le barriere imposte dall’alto. La questione della lingua e delle sue trasformazioni è parte di una lotta più ampia per l’acquisizione di diritti: la questione della lingua è un capitolo nella storia della sopravvivenza delle soggettività oppresse ed è per questo che vale la pena parlarne.