La Galleria Mazzoli di Berlino ospita la personale di Gabriele Silli, ce ne parla l’artista

Anticipazione delle fine è l'esposizione curata da Giuliana Benassi che presenta al pubblico la ricerca dell'artista

La fine anticipata caratterizza il corpus di opere dell’artista Gabriele Silli esposte alla Galleria Mazzoli di Berlino nella mostra Anticipazione delle fine curata da Giuliana Benassi. L’invecchiamento delle sostanze che compongono queste forme amorfe ed aggrovigliate è ciò che inquadra l’attitudine dei suoi lavori. Gabriele Silli è un artista e un attore, recentemente ha debuttato al cinema con il film Re Granchio dei registi Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis. Nelle sue opere presentate in mostra l’abbondante materia organica viene alternata a sculture affilate che sembrano quasi pronte a trafiggere il lavoro morbido e viscerale, frutto di due  anni di agglomerazione e attesa (2020-2022). Il tempo è il protagonista principale dell’operato di Gabriele che mette nei suoi quadri e sculture, materiali con cui è venuto a contatto durante lo scorrere delle sue giornate, sopratutto quelli che gli provocano più suggestione; come per esempio le bustine di tè che durante il lockdown del 2020 si accumulavano nelle tazze. Altro tempo fondamentale è il tempo di attesa di asciugatura della colla tra uno strato e l’altro per inglobare i materiali che compongono questi enormi organi. Ed infine il tempo quello che deteriora tutto e che rende, a parer suo, forse anche migliori i suoi elaborati. L’artista si è prefissato di scrivere in futuro un vademecum su come restaurare le sue opere. Guardando i quadri in mostra l’osservatore viene risucchiato da un vortice di elementi, che possono essere decifrati e ricondotti ad una spiegazione logica e temporale. Alghe, spugne, frutti, insaccati, tè, legno, terra, gommalacca, resine e colle che fermano in un blocco unico ciò che non si può arrestare. Gli oggetti si deteriorano in una danza piacevolmente catastrofica e naturale.

Come ci introdurresti alla mostra?
Il mio ultimo lavoro è un focus sulla ricerca dei materiali e la loro manipolazione, rispetto ad un periodo precedente che ha portato ad altre mostre.

Cosa vede il visitatore quando entra?
C’è un dialogo sordo, senza una spiegazione, il visitatore aggiunge a ciò che vede una sua interpretazione. Io come artista fabbrico e do un titolo all’opera senza stare a dare un significato. Preferisco rimanere nel mistero e sapere cosa vedono le persone nelle mie opere.

Nei lavori esposti c’è un richiamo al film che hai girato Re Granchio?
Si è una mia pratica prendere ciò che trovo quando viaggio, come per esempio in questo caso le alghe della Tierra del Fuego, dove abbiamo girato parte del film. Le bustine di tè sono invece legate al periodo del lockdown. Un materiale fonte di suggestione e fascino incredibili per me. Sostanzialmente sono tutti oggetti e con cui ho avuto a che fare in questi ultimi due anni.

Il titolo “Anticipazione della fine” come lo hai scelto?
Non vorrei che si pensasse in negativo. La fine non è una fine del mondo in questo caso, ma una fine come stadio fisiologico, come lasso di tempo lungo, fermato in un certo momento, che però è in una fase di decadenza totale.

Come sono venuti i titoli per le opere?
I titoli sono venuti naturalmente. In parte secondo degli indici catalogatori interni. Data la somiglianza ad un’opera matrice, per esempio “Organo del sommerso” 2 e 3  vengono da un’opera “Organo del sommerso” 1 realizzata ed esposta precedentemente in un’altra mostra. Altri invece vengono come ispirazione giocosa del momento come per esempio: “Ngannou” che rimanda al campione di arti marziali Francis Ngannou.

Cosa pensi dell’arte contemporanea?
Fantastica! Se ci si spreme le meningi si possono creare nuove piattaforme ed incudini su cui si possono battere nuove martellate fortissime, io trovo che sia un periodo stratosferico, quasi grado zero della decadenza, grandissime possibilità. Per me l’arte è tante cose, la propria persona, la propria carne, cosa muove un artista.

Quali sono le tue influenze?
Molto randomiche, non essendo un compulsatore di quello che succede nella contemporaneità e avendo avuto degli imprinting dell’arte degli anni 60, mi trovo ad assorbire diverse influenze.

Qual è la tua ricerca?
E’ maledettamente difficile dirlo. Ricerco tante possibili sensazioni, anche di ostilità e di raccapriccio. Forme che hanno avuto bisogno di maturare come frutti, opere che hanno una gestazione di mesi. La stratificazione ha molti momenti di asciugatura. Intervalli di attesa di tempo da rispettare.

Come vuoi che vengano conservate?
Io le espongo in modo naturale senza teca e porto avanti una filosofia del restauro a vita. Per i miei collezionisti, io le restauro. Poi pubblicherò una guida sia scritta che video su come restaurarle quando non ci sarò più. A me comunque piace che si deteriorino, le fisso il più possibile, ma migliorano deteriorandosi.

Come avviene l’iter creativo?
Non c’è progetto, c’è una visione forte che viene perseguita e non rispettata ovviamente, una pulsione visione!

Osservando alcune opere lo sguardo si perde dentro… vero?
Le opere sono il più articolate possibili, mi piace il ritocchino barocco.

Altre invece sembrano strumenti di tortura?
Sono come dei dispositivi neutri pensati per dare sentimenti ostili a chi le osserva. Come dei punti di appiglio nello spazio.

Cosa pensi del cinema?
I film sono un piccolissimo frammento, che a volte entra nel cinema e ci irradia, altre volte no.

“Anticipazione della fine”
Gabriele Silli
30 Aprile – 30 Luglio
Galleria Mazzoli, Berlino
www.galleriamazzoli.com