Il giorno in cui Dalì arrivò al Pompidou vestito a festa e fu costretto a tornarsene a casa

L'inaugurazione della sua mostra era fissata per il 18 dicembre 1979 ma nel museo aperto da poco i dipendenti decisero di scioperare

Alla domanda “Qual è il tuo segreto per il successo?”, Salvador Dalì rispose: “Dare il miele giusto alla mosca giusta, al momento giusto e nel posto giusto”. Nel 1979, il posto giusto era il centro Georges Pompidou e la mosca giusta erano i suoi visitatori, ancora sbigottiti dalla modernità e originalità del nuovo museo. A due anni dalla sua apertura, Parigi era ancora in fermento: il Pompidou, simbolo del passaggio alla post-modernità, continuava ad essere al centro della critica artistica. Fu proprio nel dicembre del 1979 che il Centre Pompidou programmò la mostra di Dalí, che sarebbe passata alla storia per il suo record di visitatori: ben 840.000.

Centro Georges Pompidou

L’inaugurazione della mostra, fissata per martedì 18 dicembre 1979 alle ore 11, doveva essere l’evento di fine anno, che testimoniasse il successo del nuovo e modernissimo museo, realizzato da Richard Rogers e Renzo Piano, due giovanissimi architetti progressisti. L’edificio alterava la coerenza architettonica parigina, rompeva l’armonia haussmanniana di uno dei quartieri emblematici di Parigi. Questo fatto scatenò le critiche dei tradizionalisti parigini verso la sua apparenza estetica, considerata un vero affronto alla tradizione ed alla coerenza architettonica. Ma, al tempo stesso, e sempre di più, fu la chiave del suo grande e duraturo successo. Come ha raccontato Claude Mollard, ingegnere che ha collaborato al progetto, “Georges Pompidou, fondamentalmente, in modo molto intelligente, capì cosa fosse successo nel maggio ’68, quali erano le aspirazioni del maggio ’68, le sue aspirazioni culturali, e volle esprimerle in un luogo completamente originale. E per farlo, una cosa deve essere detta con forza: ha fatto appello ai giovani”. 

Salvator Dalì nel 1979 al centro Georges Pompidou.

Pur restando, nel corso della sua vita, sempre, estraneo alla politica, Salvador Dalì sposò questo progetto, volle diventarne il simbolo e il rappresentante. In quell’epoca, però, era difficile astrarsi dalle dinamiche politiche, che attraversavano la quotidianità sociale ed economica. Già nell’epoca universitaria il rifiuto della politica causò all’artista non pochi problemi: venne infatti espulso poiché si rifiutò di opporsi pubblicamente a Francisco Franco. In un contesto ben diverso, nuovamente, la volontà di essere al centro della scena artistica mantenendo, al tempo stesso, un completo disinteresse per le questioni sociopolitiche, mise l’artista in grande imbarazzo. 

Invitato all’inaugurazione della mostra a lui dedicata, lo stravagante artista, fedele alla sua immagine, arrivò a bordo di una scintillante Cadillac, avvolto in un’ampia pelliccia leopardata, tenendo nella mano guantata un magnifico bastone dalla testa d’argento, con i baffi lisciati e tirati all’insù. Al suo arrivo trovò una grande folla ad accoglierlo, migliaia di farfalle multicolore svolazzavano verso l’artista, ma nulla e nessuno era lì per l’esposizione. L’artista era noto per la sua vanità e eccentricità, che, in questo caso, gli impedirono di comprendere ciò che stava realmente accadendo. Dall’alto della sua nobiltà (Dalì era marchese di Pùbol) senza prestare attenzione ai dettagli, scese dalla sua auto, pronto per una sfilata regale, senza notare la parola “grève” (sciopero) stampata a grandi lettere su ogni angolo della piazza del Beaubourg. Tutte le categorie del personale del Centro avevano deciso quel giorno che la grande festa tanto attesa non avrebbe avuto luogo. Il nuovissimo Centro era chiuso e la mostra rimandata. Così, dimenticata l’inaugurazione, Dalí, il grande Dalí, fu costretto a tornare indietro.

Questo episodio ci racconta molto della Parigi di quell’epoca, delle intricate e indissolubili relazioni tra cultura e politica. Ma ci racconta anche di un artista assolutamente unico nel suo genere che sfuggiva ad ogni convenzione.