Tra render e NFT, ecco il museo delle Periferie. Ne parla il direttore Giorgio de Finis

Ricordate il Macro Asilo? Il progetto artistico e antropologico del già direttore del Macro Giorgio de Finis non si è spento. Si è evoluto. Il contenitore è cambiato, ma il contenuto è sempre ispirato allo stesso concetto: ragionare attorno al dispositivo museale. Il contenitore adesso si chiama Rif, è il museo delle Periferie. E il contenuto? Lo spiega de Finis, il direttore di questo progetto, all’indomani del via libera da parte del Comune di Roma alla realizzazione di una grande sede fisica all’avanguardia, di cui mostriamo qualche rendering in anteprima.

Come nasce il concetto di Museo delle periferie?
«È un progetto nato all’interno di quel biennio di straordinaria sperimentazione partecipata che è stato il Macro Asilo (come il Macro Asilo a suo modo era figlio del MAAM, il museo “abitato” di Metropoliz che ad aprile compirà 10 anni e che nel frattempo si è candidato come patrimonio immateriale all’Unesco). Questo per dire che festeggiamo dieci anni di riflessioni e pratiche che ruotano intorno al dispositivo museale, che io considero uno strumento per ragionare di (e re-immaginare la) città in una situazione privilegiata, possiamo dire in assenza di attrito. Per tornare al Rif (per l’acronimo del museo delle periferie, abbiamo scelto il centro della parola periferia), è un museo di arte contemporanea che per metà è anche un centro studi che affronta il tema delle periferie nell’ambito più ampio dell’analisi del fenomeno urbano su scala globale. È un progetto nato sotto l’egida dell’Azienda Speciale Palaexpo, e fa parte del Polo del contemporaneo di Roma, insieme a Palazzo delle Esposizioni, al Macro e al Mattatoio. A chi dubita che la periferia sia una parola ancora attuale ricordo che il Museo delle periferie sarà, una volta realizzato, il primo museo di Roma Capitale fuori del Grande Raccordo Anulare».

Come sta andando l’interazione con il territorio?
«La relazione, se non ci si limita a rappresentarla, è una cosa che non si improvvisa e che richiede tempo. Ancora più complessa se non si ha una sede dove darsi un appuntamento e dove stare. Comunque, in questi due anni abbiamo lavorato molto, avviando un ricco e fruttuoso lavoro di automappatura delle realtà e dei progetti che operano nei quartieri esterni della città». 

Chi sono gli artisti coinvolti fino a questo momento?
«Tanti, da Michelangelo Pistoletto che ha portato il suo Terzo Paradiso nel parco archeologico di Gabii, vero fiore all’occhiello del Municipio VI, a Sten & Lex, Lucamaleonte, Ria Lussi, Aldo Elefante, Lanfranco Aceti, autore di una performance che ha connesso il Campidoglio e Tor Bella Monaca e che abbiamo realizzato in collaborazione con il Padiglione Italia curato da Alessandro Melis; questo solo per citarne alcuni, e speriamo presto di proseguire con i tanti altri progetti in cantiere. Poi, come dicevo, ci sono gli studiosi, tantissimi e provenienti da diversi ambiti disciplinari. Il ciclo di lectio magistralis tenutosi al Teatro di Tor Bella Monaca e poi proseguito online per via del Covid-19 ha prodotto già una collana di 20 volumi pubblicati da Bordeaux edizioni ed è in uscita per i tipi Castelvecchi una grande opera corale ricca di rimandi alla piattaforma digitale del museo dal titolo [email protected]».

Quali sono le caratteristiche delle città del terzo millennio? E qual è il ruolo delle periferie?
«Sono le domande che il museo delle periferie pone e sulle quali ci stiamo interrogando. Sbagliato partire dalle risposte. Il terzo millennio potrebbe essere definito l’Era urbana. Dal 23 maggio del 2007 il 50% + 1 della popolazione mondiale vive nelle metropoli, un passaggio di Rubicone che non ha precedenti nella storia del genere umano. Visto che le città sono il nostro attuale ecosistema di riferimento dovremmo trattarle come un bene comune, un patrimonio da tutelare (e non come spesso accade alla stregua di giacimenti estrattivi ad uso della finanza globale, ancoraggi a terra delle sue operazioni volatili). La periferia è la città ai margini, ma in qualche modo anche la città del futuro. Non solo perché spesso quello che oggi consideriamo centro è stato un tempo periferia, ma anche perché dobbiamo superare l’idea tolemaica di un centro che coincide con il potere la ricchezza, il maschile, il bianco, l’occidentale… la rivoluzione copernicana non si è ancora compiuta in città, riguarda il cielo, ma non ancora la Terra. Mentre invece dovremmo tutti porci, con le altre forme di vita, sulla circonferenza, che in sostanza vuol dire in periferia! Stiamo lavorando per il prossimo autunno ad una mostra diffusa in realtà aumentata che avrà per titolo proprio “Uncentered Paradigma”. Ma anche limitandoci all’essere (e lasciando per un attimo da parte il dover essere), è la periferia il luogo dell’innovazione, per la doppia ragione che è la prima linea a dover affrontare conflitti e frizioni spesso a scala globale, e proprio perché spesso abbandonata a se stessa può almeno concedersi il lusso di sperimentare». 

Su quali progetti state lavorando?
«Oltre alla mostra che citavo, che sarà anche un dispositivo ludico (un po’ alla Pokemon Go), stiamo curando una mostra in due tappe per la KunstRaum del Goethe Institut di Roma dal titolo “New Word, New World. Parole, voci, corpi”, in collaborazione con la nGbK Berlin che partirà con un ciclo di due incontri settimanali intorno ai lemmi del glossario delle pratiche urbane per chiudersi con l’installazione delle cartoline icono-sonore dedicate a Roma dell’artista israeliano Yuval Avital. Stiamo inoltre sostenendo lo straordinario lavoro dell’artista relazionale Piero Mottola che da mesi lavora ad una inedita partitura per un coro meticcio a 46 voci più una soprano solista che debutterà nella cavea dell’Auditorium la mattina del primo maggio. Un altro modo per portare il centro la periferia, che poi è la mission del museo».

A questo proposito, il museo potrebbe avere presto una sede fisica. A che punto siamo?
«Proprio pochi giorni fa “Roma Today” ha dato la notizia che il museo delle periferie non si farà. Il quotidiano riportava le dichiarazioni del Presidente del Municipio VI Nicola Franco deciso a dare all’opera a scomputo da realizzarsi a Piazza Mengaroni (per volere della precedente giunta capitolina sede del museo delle periferie) un’altra destinazione, il palazzo delle istituzioni, a suo dire, meglio del museo, capace di svolgere azione di contrasto alla piazza dello spaccio che da decenni si è radicata in quel luogo dismesso e abbandonato. Ma nel frattempo il Rif è stato inserito d’ufficio nel PNRR di Tor Bella Monaca. Questo vuol dire che dovrebbe essere realizzato con denaro pubblico e tempistiche che non prevedono la possibilità di ritardi e rinvii».

Un progetto architettonico davvero molto autorevole. Ce ne puoi parlare?
«Abbiamo guadagnato un progetto di architettura di grande qualità a firma di Orazio Carpenzano e del team di progettazione coordinato da Eliana Cangelli, oltre 30 professionisti della Sapienza che hanno lavorato per supportare il Comune di Roma nello sviluppo di fattibilità del progetto di valorizzazione e rigenerazione di via dell’Archeologia e del comparto R5 nel più ampio Piano integrato di Tor Bella Monaca – Tor Vergata. Avremo un museo di 1700 mq che si sviluppa sotto il livello del suolo e che prende luce da alcuni vuoti ritagliati nell’area della corte che si apre sulla campagna romana. Ci saranno sale espositive, atelier, sale conferenze, laboratori, biblioteche, una sala cinema».

L’anno scorso prima edizione del festival delle periferie. Ci sarà la seconda? Con quali sorprese?
«Figlio del Museo delle Periferie, IPER è il festival nato per dare voce alle periferie attraverso una festa che ha coinvolto tutta la città, online e offline. Multidisciplinare e gratuito, la tre giorni di eventi che si sono succeduti dal 21 al 23 maggio 2021 presso il teatro di Tor Bella Monaca e in altre decine di luoghi a Roma e nel mondo, ha contato un fittissimo programma di incontri, performance artistiche, videoarte, concerti, film, documentari, lezioni e tavole rotonde. Per vivere in modo dinamico e coinvolgente l’esperienza in tempi di distanziamento sociale, IPER è stato trasmesso su una piattaforma multicanale interattiva dal design innovativo, con tre canali attivi dal giorno alla notte, per un totale di 60 appuntamenti live dal teatro, 108 ore di diretta streaming, 200 ospiti, 300 contenuti on-demand, oltre 80 realtà coinvolte. Stiamo lavorando al programma della seconda edizione che dovrebbe svolgersi in autunno, con tre importanti location, ma senza rinunciare ai vantaggi del digitale, per consentire l’interazione tra gli utenti anche da remoto. Attraverso lo sviluppo di una app, il festival si trasformerà anche in un’opera di arte pubblica su scala urbana, portando le opere esposte – in forma di NFT – negli spazi della città. Consultando una mappa interattiva, sarà possibile scoprire gli artisti presenti nei diversi quartieri della Capitale, le cui opere in realtà aumentata invaderanno Roma teatro di questa grande mostra “senza pareti” accessibile a tutti tramite smartphone. In corrispondenza dei geo tag, sarà sufficiente aprire la fotocamera del telefono per visualizzare opere in AR, scattare foto e condividere sui social i diversi momenti dell’experience». 

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