Expanded body, la mostra da 1/9unosunove che indaga la centralità del corpo

Roma

Il tema della centralità del corpo, del suo ruolo nello spazio per diventare funzionale alla conoscenza e della ridefinizione dei suoi limiti e confini nel tempo, rappresenta una delle chiavi di lettura della contemporaneità. In realtà è un’indagine che accompagna la storia dell’uomo da secoli, ma in questa fase storica, più di altre, stiamo assistendo a una necessità di smaterializzazione del corpo: una sorta di condizione imprescindibile a cui ci dobbiamo abituare per assecondare i nuovi criteri dell’esistenza. Per questo la mostra Expanded Body alla galleria 1/9unosunove di Roma (fino al 26 marzo), curata da Angelica Gatto e Simone Zacchini, ha una forte pertinenza che non sarebbe inopportuno definire “politica”. Nell’epoca della transizione digitale, a cavallo di una pandemia che ha costretto a ripensare radicalmente al ruolo del corpo nello spazio e nell’epoca in cui si stanno ampliando i paesaggi percettivi del corpo stesso in relazione alle esperienze, interrogarsi su questi argomenti rappresenta un tentativo di decodificazione dell’attualità, sempre utile per leggere e interpretare con lucidità i fenomeni contemporanei.

Carol Rama, Cadeau, 2020. Courtesy Franco Masoero e Alexandra Wetzel. Foto Giorgio Benni

La mostra Expanded body raccoglie una selezione di otto artisti, tra cui la scomparsa Carol Rama, che dell’esplorazione dei limiti del corpo aveva fatto una sua cifra stilistica. Di lei sono presenti tre incisioni raffiguranti nudi spersonalizzati, che mettono in evidenza la valenza metamorfica che il corpo assume nel momento in cui è obbligato a forzare i propri limiti concettuali, divenendo qualcos’altro e radicandosi nella visceralità. Le sue opere dialogano con i versi squisitamente erotici di Edoardo Sanguineti, composti proprio per l’artista. Un bel frammento storico, che tuttavia nell’allestimento è ben inserito nel complesso della narrazione, in equilibrio e senza creare stacchi reverenziali con le opere dei più giovani.

Sonia Andresano, giochi preziosi, 2021. Foto Giorgio Benni

L’opera di Sonia Andresano, dall’ironico titolo giochi preziosi, è una delle più eloquenti in mostra. L’artista è riuscita, con un espediente metafisico, a rappresentare un’efficace stratificazione dei livelli di espansione del corpo. Nella sua videoinstallazione scultorea è possibile osservare il video di una partita a dama giocata sul pavimento “a scacchi” della galleria, dove le pedine sono pesi per bilancieri che vengono spostate a fatica dai giocatori/performer. La ripresa dall’alto schiaccia la visione per farla entrare nella scatola all’interno della quale, come in un gioco di società, è confezionato il video della partita. Una partita nella quale l’osservatore, seppur invitato a partecipare, non può minimamente intervenire.

Vaste Programme, Gänzlich Unerreichbar, 2021. Foto Giorgio Benni

Anche i Vaste programme coinvolgono l’osservatore in un coinvolgente approccio esperienziale. Il loro video Gänzlich Unerreichbar (“assolutamente irraggiungibile”, citazione de La nascita della tragedia di Nietzsche), come una sonda esplora una materia corporea che sembra infinita. Si introduce e si perde in un labirinto organico, disorientando e creando una tensione emotiva, che finisce solo alla fine, quando ci si rende conto della forma all’interno della quale si stava viaggiando, quella di una statua di un satiro. Una riuscita rielaborazione del rapporto tra uomo e macchina, come nel fenomeno della Black box, per cui risulta impossibile osservare i processi interni dell’intelligenza artificiale durante le fasi di deep e machine learning.

Veronica Bisesti, Don’t keep within compass, 2021 e Semiramide, Didone, Medea, Lucrezia, Griselda, 2022. Foto Giorgio Benni

Veronica Bisesti con la sua installazione Don’t keep me within compass fa un riferimento al libro di Christine de Pizan La città delle dame (1405), in cui l’autrice, in reazione al volume profondamente misogino Liber lamentationum Matheouli (1295 ca.) di Mathieu de Boulogne, immagina una città abitata da donne virtuose e nobili d’animo, fatta di pietre rilucenti in cui ciascuna dama potesse rispecchiarsi. L’artista in mostra ha installato uno stendardo appeso ribaltato, mettendo a testa in giù la dama che vi è rappresentata. E a terra dispone cinque pietre nichelate, che rappresentano le virtù femminili viste dall’artista, le fondamenta della sua città delle dame.

Fabrizio Cicero, Spalanca (2), 2021-22. Foto Giorgio Benni

Fabrizio Cicero, invece, introduce il tema della distanza. Nella sua opera Spalanca, ricorrendo alla luce e al disegno come elementi caratteristici della sua indagine, crea tre finestre che ritraggono degli scorci architettonici reali, ma su cui è sovrapposta una rete metallica, quasi a formare un filtro invalicabile, che forma una soglia in cui la dicotomia tra esterno e interno, tra presenza e assenza, si trasforma in una riflessione sul limbo sottile che separa possibile e impossibile.
Fabio Giorgi Alberti riflette sulla fenomenologia della materia e sul potenziale linguistico insito nel rapporto tra materia e spazio/realtà. Da tempo l’artista lavora con le superfici specchianti e coerentemente con questa ricerca ha realizzato l’installazione Concrete poetry, con una serie di specchi artigianali appesi a parete, che dialogano con dei piccoli monoliti in cemento, ferro e pigmenti, nel tentativo di stabilire un un nesso nel rapporto intenzionale del corpo con lo spazio, un approccio multiforme che vira nel linguaggio, popolando lo spazio di materia apparentemente inerte e pronta ad accogliere su di sé un’esperienza e conoscenza attive.

Fabio Giorgi Alberti, Concrete poetry, 2019. Foto Giorgio Benni

L’ opera di Julia Heute, Composiciones monocromas, è una composizione di due grandi arazzi ricamati a punto croce con una texture semplice realizzata attraverso una linea continua, un segno in cui si intravede l’uso del corpo e il desiderio di esplorare fisicamente i concetti di linea e volume.
E infine Davide Sgambaro che con la serie fotografica Four days with an electrostatic friend sviluppa una narrazione, nel tempo e nello spazio, a partire da un gioco infantile: una volta gonfiato un palloncino, l’artista lo strofina sui capelli creando elettrostaticità e successivamente ne documenta la resistenza fino alla caduta. L’oggetto diventa, così, l’espediente narrativo del MacGuffin e, al contempo, uno strumento sostitutivo come la metafora della drammatica precarietà dell’individuo, costantemente sospeso tra presenza tangibile ed estraneità a se stesso e ciò che lo circonda.

Julia Huete, Senza titolo (Díptico reflejo), 2021-22. Foto Giorgio Benni
Davide Sgambaro, Four days with an electrostatic blue friend, 2020. Foto Giorgio Benni



Expanded body
Fino al 26 marzo 2022 alla galleria 1/9unosunove, via degli Specchi 20
Info: http://www.unosunove.com/public/it/