Green Deal: Quel collo di bottiglia al Ministero della Transizione Ecologica che minaccia il PNRR

Un collo di bottiglia sempre più stretto sembra aver creato un sostanziale blocco alle attività di tutte quelle iniziative private che si stanno muovendo sul mercato per realizzare gli investimenti ambientali previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) di cui tanto si parla. Uno stallo terribile che potrebbe provocare ritardi incolmabili negli impegni assunti dall’Italia con Bruxelles. Ma andiamo con ordine e vediamo di capire di quali investimenti stiamo parlando e di chi sia la responsabilità dello stallo.

Cominciamo dagli investimenti. Quasi il 40% di tutte le risorse previste dal Pnrr è destinato a sostenere la lotta a forte matrice ambientale destinata a contrastare i fattori inquinanti che determinano i cambiamenti climatici. In particolare ricordiamo che 56,46 miliardi di euro sono destinati alla Missione 2, quella denominata “Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica”. Anche se questa non è la sola azione “green” del PNRR. Tematiche di tutela ambientale sono infatti presenti anche nella Missione 1, denominata “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività e Cultura”, e nella Missione 3, dedicata a “Infrastrutture per la Mobilità Sostenibile”

Veniamo ora alle funzioni. Il Ministero della Transizione Ecologica è nato proprio per prendere in carico gli investimenti e le riforme del Pnrr per rendere l’Italia un campione globale della transizione ecologica. Incrementare la quota di energia prodotta da fonti di energia rinnovabile è uno degli obiettivi prioritari del Pnrr e la semplificazione delle procedure di autorizzazione per gli impianti compresi nel Pnrr – Pniec una delle riforme chiave del piano.

Nelle ragioni che hanno portato a questa impostazione delle procedure operative pubbliche si legge che il MiTe potrà operare “Levando dalla disponibilità delle regioni una delle cause dei rallentamenti (appunto la VIA regionale) e allocando risorse e staff dedicati alla sfida della transizione”. Così facendo, si legge, “allora gli obiettivi al 2030 non saranno più una chimera”.

In base a questa impostazione, il cosiddetto decreto “Semplificazioni Bis” ha accentrato al MiTe la valutazione ambientale dei progetti ricompresi nel PNRR e di quelli attuativi del PNIEC istituendo la Commissione Tecnica PNRR-PNIEC, posta alle dipendenze funzionali del MiTe e composta da un numero massimo di 40 funzionari della P.P.A.A. I componenti della Commissione avrebbero dovuto essere nominati con decreto del Ministro della Transizione Ecologica entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge (30.07.2021).

Due mesi dopo la scadenza del termine della Commissione Tecnica non c’è traccia. Si dice che siano stati individuati 29 tecnici su 40 e che gli 11 rimanenti dovrebbero provenire dal mondo accademico. Il termine per la presentazione delle manifestazioni di interesse è scaduto però il 25 settembre e ad oggi non si ha notizia di cosa sia successo o stia succedendo. A tutto ciò si aggiunga che in quattro mesi il MiTe non è stato ancora in grado di nominare il presidente di questa Commissione “speciale”.

Nel frattempo, le istanze di VIA si accumulano sui tavoli del MiTe, come prima si accumulavano sui tavoli delle Regioni e delle Provincie. Si accumulano, ma i procedimenti non partono.

Insomma, quelle procedure che nelle intenzioni del Ministro avrebbero dovuto accelerare i destini delle rinnovabili italiane, far muovere il mercato e fare marciale le aziende e l’Italia verso un pieno raggiungimento degli obiettivi che il Governo si è posto, sta diventando, come dicevamo, l’ennesimo collo di bottiglia. L’imbuto che oltre a compromettere forse definitivamente il sogno di realizzare anche in Italia una rivoluzione “green” potrebbe addirittura pregiudicare l’erogazione del 40% dei fondi del Pnrr.

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