Canone inverso

Roma

Al centro del palco due pianoforti motorizzati: ogni nota corrisponde a un suono, ogni suono viene riprodotto contemporaneamente sugli schermi circostanti sotto forma di una pennellata digitale. C’è una performatività in Transient – Impermanent Paintings, l’ultimo progetto di Quayola presentato al Teatro Argentina per il Romaeuropa Festival, non lontana da Theater Piece No. 1, uno dei primi esperimenti di John Cage di coesistenza fisica e temporale di musica e pittura. «Non si tratta di una composizione prescritta su un pentagramma o su una timeline – spiega Quayola, che dopo anni a Londra è tornato in pianta più stabile a Roma – abbiamo sviluppato un software che ci dà la possibilità di interagire con gli algoritmi in tempo reale. C’è quindi un aspetto di controllo preciso, ma anche una parte importante legata all’improvvisazione: quella del performer che si esibisce dal vivo e quella del sistema stesso, soggetto a funzioni che lavorano su dei parametri di randomizzazione generando un’imprevedibilità controllata». A Quayola più che la tecnologia stessa, interessa capire come grazie a questa è cambiato il modo di vedere le cose: «Negli anni Settanta – dice – c’era la convinzione che la tecnologia si sarebbe evoluta diventando sempre più simile a noi. Quello che è successo, invece, è che ci siamo incontrati nel mezzo». Prendiamo ad esempio il pianoforte: uno strumento tradizionale nelle mani dell’artista diventa macchina, estensione per esplorare nuove frontiere linguistiche. D’altra parte, per Quayola, la rilettura della tradizione è un’operazione incessante. Ma il suo sguardo al passato è distorto e la traduzione mai fedele all’originale. Celebri dipinti e sculture classiche vengono smontati e fatti a pezzi, andando a costruire nuovi canoni estetici. «Sono attratto dal non finito – spiega Quayola, che è a Fondazione Modena Arti Visive fino a gennaio con una mostra dal titolo Ultima perfezione – i disegni preparatori, le sinopie, sono infondo un processo di reverse engeeering. Quello che faccio è prendere i dipinti andando a scavare: tolgo il layer iconografico riconoscibile, restano solo istruzioni, proporzioni e schemi cromatici riorganizzati». Cosa simile per le sculture: «Il non finito michelangiolesco – precisa – racchiude in sé già parte delle dinamiche che esploro. Rielaborando le sculture incompiute attraverso la tecnologia mi allontano dall’idea di rappresentazione e mi concentro sul processo. Non quello umano dello scalpello che rompe la materia ma quello dell’algoritmo prodotto dalla macchina. E alla fine le imperfezioni generate da questo tipo di traduzione diventano in qualche modo una nuova perfezione».

Oltre l’uomo, la riflessione sul passato si estende fino a toccare la pittura di paesaggio, tema ricorrente nei lavori di Quayola che con Jardins d’Été, fino a novembre ad Arte Sella in collaborazione con Fondazione Alberto Peruzzo, si proietta nella dimensione immersiva dei quadri di Monet: «Non mi interessa indagare il rapporto tra natura e tecnologia – spiega Quayola – quanto piuttosto la nostra relazione con la tradizione della rappresentazione. Mi piace l’idea di tornare alla pratica arcaica di dipingere un paesaggio, ripercorrere i passi del pittore impressionista con in mano un apparato tecnologico diverso. Le stanze all’Orangerie – continua – per me non sono così diverse dalle opere contemplative di Bill Viola o James Turrell. Con i miei schermi si può esplorare un’idea di sublime più tecnologico che naturale che suggerisce visioni meno apocalittiche di quelle che ormai ci circondano». Come Giano bifronte, Quayola estende la sua ombra in due direzioni che sembrano coesistere felicemente. All’orizzonte, infatti, progetti fisici, un’installazione di arte pubblica che inaugurerà in Texas a febbraio 2021 e un lavoro scultoreo che l’ha portato di recente a Carrara a scegliere un blocco di marmo; ma anche progetti immateriali: «In questo periodo ho molte mostre all’estero e non posso viaggiare. I miei lavori iniziano a girare senza di me e questo è un tema che sto cercando di sviluppare». I pianoforti, ad esempio, possono suonare anche se il performer si trova fisicamente altrove. «Con Transient – conclude – sento di aver toccato soltanto la punta dell’iceberg ma la ricerca continua e c’è ancora un tipo di virtualità che mi interessa esplorare».