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Inventions

Un hangar gonfiabile, un proiettore sulle nuvole, una lavatrice. Una torretta per il birdwatching, un aeroplano, una scopa meccanica. Un archivio di invenzioni, un inventario di macchinari, congegni e apparecchi con usi differenti, utili e funzionali a uno scopo preciso, a una necessità incombente. Tra il 1915 e il 1938 in Francia l’Office des inventions ne catalogò migliaia, e su iniziativa di Jules-Louis Breton, a capo del Sous-secrétariat d’État aux inventions, si fece ricorso sistematico alla fotografia. Così viene costruita una storia per immagini, una storia delle innovazioni in cui scienza, industria e tecnologia si intersecano, e in cui si tiene una traccia visiva degli sviluppi del progresso tecnico. E Inventions, l’esposizione a cura di Luce Lebart, visitabile al MAST fino al 3 gennaio, è in effetti un progetto antropologico e culturale in cui un’ampia selezione di immagini prelevate dagli Archives nationales di Francia e dall’Archive of Modern Conflict di Londra restituiscono questa storia sommersa, fatta di dispositivi per sopravvivere in tempi di crisi durante l’attività militare o per migliorare la qualità della vita in periodo di pace. Un approccio quasi clinico contraddistingue il sistema d’archiviazione. Le immagini, accompagnate da didascalie rigorose, scattate senza alcun intento artistico e con un obiettivo soprattutto informativo, dimostrativo e di pubblicità, possiedono quello che Lebart definisce ”stile fotografico”: hanno un’impronta riconoscibile, nonostante la metodologia di documentazione sia assolutamente anonima. Dal punto di vista iconografico gli oggetti sono decontestualizzati, posizionati su uno sfondo neutro, isolati e inquadrati da vicino al centro dell’immagine o ripresi dall’alto, spesso mostrati sia di fronte che di lato, oppure in sequenze cronologiche.

Una modalità volutamente e ostentatamente asettica e automatica, con un intento classificatorio, ordinante e funzionale. L’attenzione si rivolge così al dettaglio, alla semplicità o alla complessità delle forme, aprendo all’inatteso, al bizzarro, a un’estetica dell’assurdo. A fianco del prototipo può trovarsi poi una figura umana, a volte l’inventore stesso, e lo studio fotografico assume la consistenza di un ”teatro di posa”. L’insolito si fa addirittura tragico: in netto contrasto con la messinscena di presentazione, alcuni di questi dispositivi servivano da ausilio al movimento per le persone mutilate, o per ”ascoltare il terreno”, cioè per individuare mine antiuomo. Surreali, assurde, grottesche, paradossali, obsolescenti, queste invenzioni costituiscono un insieme di congegni così diversi da creare una sovrapposizione incoerente. Il fascino di questa convivenza inaspettata richiama alla mente le parole del poeta francese Lautréamont, che scriveva ”bello come l’incontro fortuito tra una macchina da cucire e un ombrello su un tavolo operatorio”. Infatti, nonostante l’uso delle immagini fosse considerato efficace perché facilitava la valutazione, l’archiviazione e la presentazione dei prototipi, quello che resta di questa volontà sistematizzante può essere davvero qualcos’altro all’interno dello spazio espositivo, tra quelle che diventano tracce visive di cultura materiale. Si nota magari una combinazione di forme e di materiali, un equilibrio o un’instabilità, perché l’oggetto è privato di scopo, si trasforma in scultura fotografica, a volte in enigma. Scrive Lebart: ”Si tratta di un archivio visivo che colpisce per la sua fantasia, gli accenti umoristici e la libertà nello svelare i codici dell’oggettività fotografica. L’elemento comico è tanto più inatteso in quanto si inserisce in un contesto industriale e scientifico. Come al cinema, queste scene fotografiche ci raccontano delle storie”. Queste vestigia sono racconti brevi, sconvolgenti, ammalianti, indecifrabili che, con la loro stravaganza, invitano a esplorare ”un’archeologia della cultura del consumo e la preistoria visiva della ricerca istituzionalizzata”. 

Fino al 3 gennaio – Ingresso gratuito e su prenotazione
Info: https://www.mast.org/inventions

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