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Black hole

«Black hole sun, won’t you come, and wash away the rain?». È il refrain dello splendido brano-simbolo dei Soundgarden. Tolto il sole ed eliminata la pioggia, cosa rimane? La risposta, seppur non ci sia un collegamento diretto, può essere trovata nel titolo del volume a fumetti (nuova edizione) scritto e disegnato da Charles Burns. Black hole, infatti, è una sorta di buco nero senza fine. Interminabile ma anche etichettabile quanto la possibilità di vincere alla lotteria senza averci mai giocato. Si tratta di una cronaca semiautobiografica adolescenziale? No. Di un racconto horror? Forse. Partiamo dai dati oggettivi: edito da Coconino Press Fandango, il graphic novel in questione (cartonato, 368 pagine, 26 euro) gode di una gestazione lunga (Burns ha iniziato a lavorarci nel 1994, proseguendo per una decade) ed è stato particolarmente acclamato. Abile nel tratteggiare atmosfere surreali ed impenetrabili che, nel proseguo della lettura, diventano tanto fascinose quanto spaventose, il fumettista e illustratore nato a Washington sessantacinque anni fa, sviscera la narrazione di una epidemia (ci risiamo?) che si diffonde tra i giovanissimi, trasmettendosi per via sessuale (metafora scoperta dell’Aids) e provocando differenti mutazioni fisiche («l’hanno chiamata ”peste giovanile” o ”virus”, e i sintomi erano del tutto imprevedibili. Ad alcuni non andava poi così male: piccole escrescenze, una brutta eruzione cutanea. Altri si trasformavano in mostri o vedevano spuntare nuove parti del corpo»). Con quali esiti? La pericolosità del male, accompagnata dall’esclusione – in costante aumento – delle vittime, si esplicitano mediante un’atmosfera di forte frenesia sessuale. E la scelta del disegno sì in bianco e nero, ma decisamente contrastato, rende l’esperienza della lettura ancora più immersiva. Quasi torbida. «C’è voluto del tempo, ma alla fine lo hanno capito che era una malattia nuova che colpiva solo gli adolescenti», l’estratto della presentazione. Che però, continua: «I sintomi non erano poi così importanti. Se ti prendeva, era per sempre». L’adolescenza come periodo indimenticabile della propria vita? Neanche per sogno. Utilizzando con sapienza la penna e la matita come fossero grattugie, Burns rimuove qualsiasi velleità, in tal senso. Terrore di crescere. Ma anche terrore del sesso e di rimanere emarginati. La bruttezza esteriore che sovrasta tutto e tutti (ma neanche l’animo se la passa bene) emerge lampante dalla pagine, lasciando – è unitile nasconderlo – un bel po’ di turbamento. Ma ciò a Burns non interessa (e non deve neppure interessare). Schiaccia il piede sull’acceleratore portando agli esiti più estremi le problematicità legate alla rivelazione del corpo altrui. Altro che body shaming (con tutto il rispetto per questa reale piaga sociale): nel suo racconto a fumetti – definito dal Washington Post «uno dei migliori graphic novel di tutti i tempi», ma anche qui si può esagerare – l’autore statunitense percorre una tappa oscura che, secondo parte della critica, rimanda al percorso del cineasta canadese David Cronenberg. Bianco e nero, noto e non noto, vedo e non vedo. Tra i maestri della scena indipendente a stelle e strisce, Burns (non fosse morto nel 1939, diremmo che con Freud c’è assidua frequentazione) induce il lettore e porsi continue domande, senza però offrire risposte. Se ha mai girato un episodio di Black mirror? No, ma ci sarebbe piaciuto.

Info: www.coconinopress.it

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