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Una, nessuna, centomila donne

Silvia Sasso è un fiume di parole. Parla, racconta, gesticola e nel frattempo gestisce famiglia e lavoro al telefono. In mano ha un suo ritratto commissionato alla sua amica artista Dayana Montesano, quello che colpisce non sono le sue caratteristiche fisiche, i suoi tratti distintivi ma la sua espressività, le sue creazioni, il suo modo di pensare l’arte. Tutto in un’unica immagine. Il ritratto la rappresenta a pieno, dice esattamente quello che Sasso esprime nelle sue foto. «Vedere me è fuorviante – conferma infatti – distrae rispetto ai contenuti che voglio raccontare. È come leggere un libro. Bisogna spostare il punto di vista da quello dell’autore a quello del lettore». Il progetto Proiezioni – prossimamente in mostra a Fondamenta – nasce da una lunga e profonda ricerca sulla femminilità come archetipo, sui differenti modi di essere donna, che Sasso ha iniziato spinta da «un’urgenza emotiva», come lei stessa la definisce. All’Istituto Superiore di Fotografia l’artista ha dato via al suo percorso partendo proprio dal ritratto, con cui ha scoperto che raccontare una persona significa toccarla, conoscerne l’essenza. L’essere diventata madre l’ha messa a confronto con un’altra entità diversa da se stessa, sbilanciando il baricentro della sua esistenza e l’ha portata a indagare la femminilità. Un’indagine molto epidermica, non strutturata, che inseguiva le modalità di rappresentazione il più delle volte imposte da modelli sociali o culturali: dall’essere femminile quindi fino ad arrivare a quello che lei chiama l’io, un archetipo di donna ontologicamente puro. Tutte le sue figure cominciano a perdere così tratti terreni, sono ritratte o meglio ritirate, introverse, sembrano quasi distanti come a rappresentare un io femminile in qualunque dimensione spazio temporale. Hanno un unico fil rouge, ovvero il loro resistere e sopravvivere al quotidiano. «Un approccio di combattimento passivo – spiega l’artista – che non ha un’accezione negativa, anzi, direi piuttosto di resilienza».

Solo recentemente ha cominciato a maturare in lei l’idea che fosse fondamentale cercare di destrutturare, scomporre questo assoluto ontologico senza abbandonare un codice visivo esteticamente piacevole. Il percorso ricostitutivo avviene innanzitutto svelando una prospettiva sul femminile attraverso relazioni nascoste con elementi esterni, come quello fra la schiena di una donna e una foglia di verza o fra il ventre e una mela. È così che nasce il progetto che sarà esposto a Fondamenta Gallery: una ricerca istintiva di significati che si rivelano solo nel momento in cui si crea il legame fra loro. «Da un lato ho scelto di dare matericità alla mia visione del mondo, l’ho stampata, l’ho affissa sui muri; dall’altra ho voluto usare un proiettore. La proiezione diventa un iperspazio in cui l’opera si può muovere, si trasforma in qualcosa di non materico che ci aiuta a leggere il movimento». La mostra – intitolata infatti Proiezioni – in questo senso è anche un manifesto di democratizzazione dell’opera artistica. «I bambini – dice infatti – non fanno altro che vedere cose nascoste o inventate attraverso altre cose: proiettare è un riportare la capacità visionaria a un livello semplice, accessibile a chiunque». Sasso ha ancora in mano il suo ritratto, le piace molto, forse perché, come tutte le sue opere, non racconta lei ma qualunque donna. È un archetipo, un fermo immagine che riesce a catturare le sue caratteristiche personali e autoriali: il rigore e la semplicità. «Questo scatto – ammette – essendo in movimento, coglie l‘attimo in cui scompare la mia identità fisica. Racconta allora la mia determinazione, il mio essere, la mia regola».

BIO

Classe 1973, romana, Silvia Sasso si afferma nel mondo professionale con una lunga carriera nel campo pubblicitario. Un settore vivace, ricco di persone, creatività, idee stimolanti che la spingono continuamente a mettersi in gioco tenendo però sempre presenti i vincoli e i canoni che la produzione pubblicitaria impone. Un limite che Sasso è decisa a oltrepassare quando si iscrive all’Isfci, l’Istituto Superiore di Fotografia di Roma, dove consegue il master in Fotografia di moda e grazie al quale riesce a trovare il mezzo per esprimere liberamente la propria visione del mondo, in particolare dell’universo femminile. Il corpo della donna, le sue imperfezioni, i suoi colori, le curve e le sue geometrie diventano un percorso da seguire e sublimare. Una strada che l’ha portata a numerose collaborazioni e ha dato vita recentemente alla sua prima personale, Ritratte nella galleria romana Spazio arte S.U.

Info: silviasasso.it

 

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