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Bombay Beach Biennale

Bombay Beach Biennale, se non ti dice niente non ti preoccupare. In Europa non se n’è ancora parlato a sufficienza mentre negli Stati Uniti è sulla bocca di tutti dal 2016, anno della sua fondazione. Di cosa si tratta? È un festival di arte indipendente annuale, nonostante il nome indichi Biennale, ormai giunto alla quarta edizione, che si svolge in California sulle rive del Salton Sea, a est di Los Angeles e nasce come contro risposta al Burning Man, il celebre festival che si svolge in Nevada, qualche miglia più in alto, passando per la traiettoria di Las Vegas. Ideata da Stefan Ashkenazy, imprenditore e filantropo, Lily Johnson-White, amante dell’arte che arriva direttamente dall’impero Johnson & Johnson e Tao Ruspoli, artista e filmaker e rampollo della famiglia Ruspoli, e supportata da diverse personalità del mondo dell’arte e del cinema di Los Angeles, la manifestazione si è aggiudicata negli ultimi anni gli epiteti di rassegna ”anarchica e surreale”. A ogni edizione vengono radunati personaggi della scena artistica internazionale per realizzare opere, performance e installazioni site specific ispirate al luogo. L’iniziativa non ha soltanto un risvolto artistico ma punta anche a contribuire al risanamento di una zona che dopo aver conosciuto un periodo di splendore tra gli anni ’40 e ’50, si è trovata a dover affrontare lunghi anni di depressione. A inizi del Novecento, infatti, il sistema di irrigazione dell’Imperial Valley viene compromesso da un’inondazione fluviale che invade il deserto, andando a formare un lago che diventa ben presto attrazione turistica. La zona desertica e il clima sfavorevole, tuttavia, causano a inizio anni ‘50, un’evaporazione del lago e una moria generale della flora e della fauna del posto che gli vale il nome di dying sea”.

Oggi, grazie a Biennale Bombay Beach, si sta cercando di far sopravvivere un luogo che per molte persone non è neppure mai esistito, riportando la vita in un ecosistema che potrebbe essere considerato un emblema della nostra era, quella dell’Antropocene. Quest’anno, tra gli artisti chiamati ci sono anche due italiani, Marianna Guernieri e Domenico Laterza, che hanno realizzato un’opera a quattro mani per la pavimentazione permanente nel perimetro del cortile all’ingresso della vecchia struttura dove ha avuto origine il festival. Rinascimento, questo il titolo dell’installazione ideata dalla designer e dall’artista milanese, è la riproduzione in scala della stella a dodici punte disegnata da Michelangelo per il punto centrale di piazza del Campidoglio a Roma. Un centro mistico, una stella che appare come un simbolo alieno nel contesto in cui si trova. «La richiesta del fondatore della Biennale – spiega Laterza – era di lasciare un segno in quello che per anni è stato il punto focale della manifestazione: una piccola casa di legno vicina all’ingresso di Bombay Beach che durante i giorni della Biennale diventa un luogo di incontro e di scambio tra gli artisti e oratori che man mano vi ospita». In stato di semi abbandono, il Palazzo è un luogo di nascita e rinascita, un dietro le quinte che rimane un punto simbolico durante i tre giorni di eventi e interventi di arte urbana che si svolgono in tutta la cittadina. Al centro della stella, realizzata con profili fissati al suolo e riempiti con una graniglia bianca locale in seguito pressata, è stato piantato un albero di limoni, monumento di crescita e vitalità. Un simbolo che viene dal nostro Mediterraneo e dal mondo classico, e che porta un profumo di agrumi e di speranza nel deserto di Sonora. Info: www.bombaybeachbiennale.org

 

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