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Miart 2019

Quando si parla di fiere, i numeri si conoscono tutti: 7 sezioni, 185 gallerie, 19 paesi, 6 premi, 3 giornate di talk. 24 edizioni, 3 dirette da Alessandro Rabottini. Aggiungiamo le cifre delle vendite, l’affluenza di giornalisti e curiosi che girano per gli eventi della Milano Art Week, i duecento artisti su cui puntare i propri risparmi quest’anno, e il conto è presto fatto. Per la ragione dei numeri, le scelte della fiera riflettono, e non c’è niente di nuovo, le ragioni del mercato. Cresce la presenza di gallerie internazionali ma, peccato, restano pochi gli allestimenti coraggiosi. Protagonista è (ancora!) la pittura, insieme a una ricca documentazione fotografica della performance. Moltissimi gli artisti storicizzati e qualche salto fuori dal cerchio, ogni tanto.

Nella sezione Established, curata da Alberto Salvadori e che si divide in Contemporary e Masters, il booth di Cardi con Lee Ufan, Rotella, Vostell e Pistoletto, resta tra i più ammiccanti. Interessante anche quello di z2o Sara Zanin con l’archeologia contemporanea di Engeny Antufiev che ricostruisce con il nastro da imballaggio un tempio pagano – sculture, maschere, oggetti in ceramica e bronzo annessi. E poi: Rob Pruitt da Massimo De Carlo, Roger Hiorns per C+N Canepaneri e Corvi-Mora, Hauser & Wirth con un solo show di Paul McCarthy e Marion Goodman con Hiroshi Sugimoto, Annette Messager, Giuseppe Penone, Giulio Paolini, Nan Goldin, Gerard Richter e John Baldessari.

In Generations e Decades, si ritrovano ancora le selezioni più storicizzate: dagli anni Trenta di Duilio Cambellotti alla Maria Lai degli anni ’60; bella la serie di disegni inediti dell’ultimo periodo di Carlo Scarpa nel booth della Galleria Gomiero. I grandi classici degli anni Settanta come Boetti, Pistoletto, Schifano, Isgrò, Dorazio, Kounellis, si alternano a opere del primo Novecento, da Giacomo Balla ad Adolfo Wildt e Kandinskij. Quella curata da Oda Adalbera – On Demand – è la sezione dedicata ai lavori site-specific che indagano i rapporti tra politica, identità e rappresentazione. «Questa sezione – ha dichiarato Rabottini – è stata fatta per alimentare e tenere sempre caro, come recita il claim di Miart, tutti quei lavori un po’ più difficili».

Kaufmann Repetto ospita il lavoro di Latifa Echakhch che si interroga sui limiti degli stereotipi culturali, mentre John Kessler, da Eduardo Secci, mischia materiali cinetici e analogici in un’opera sul tema delle migrazioni, Exodus, dove una serie di personaggi gira in modo circolare su una ruota mentre un telefono portatile ne scannerizza alcuni. Tra le proposte emergenti che spiccano di più, ci sono le sperimentazioni digitali di Mark Fridvalszki e Veronika Romhány nello stand di Horizont e il lavoro di Renata Boero e Petra Feriancová sui temi legati all’ecologia e alla natura, per Gilda Lavia. Un dato è certo. La fiera resta, e forse non potrebbe essere altrimenti, la cartina tornasole dei trend del mercato, ma i miartalks gettano le basi per una serie di riflessioni attorno al tema del ”bene comune”, allineandosi con gli spunti che vengono dagli altri eventi collaterali della città e allargando il punto di vista anche a quell’area del design che pone un dialogo sulla propria relazione con la natura. A questo proposito la mostra Broken nature: Design Takes on Human Survival in Triennale, curata da Paola Antonelli, rimane la cosa migliore da vedere a Milano: esplorando il concetto di design ricostituente, il percorso presenta progetti di architettura e di design che riflettono sul rapporto tra l’uomo e l’ecosistema sociale/naturale in cui vive, presentando alternative alla catastrofe a cui ci stiamo avvicinando.

”L’arte posa sulla realtà – si legge nel comunicato di Miart – uno sguardo che è tanto una forma di attenzione quanto un invito all’attenzione: l’arte, infatti, non esplora solo gli aspetti più estremi della vita ma anche quelli all’apparenza meno rilevanti, trasformando ciò che appare insignificante in un simbolo potente dell’esistenza umana”.

Prendendo in prestito come linea tematica il verso tratto dal poema di Gareth Evans, Hold everything dear, la fiera ci prova ma lascia in sospeso tra i suoi obiettivi quello di puntare lo sguardo sulla cura della pratica artistica e su come l’arte possa allenare all’esercizio dell’attenzione. Del mondo e dei suoi abitanti.

 

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