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Arabia Saudita: arte e bellezza

Con la fine del classicismo e l’avvento prima del moderno e poi del contemporaneo nel mondo dell’arte si è affermato il concetto dell’innovazione. Da fine ‘800 i generi e i maestri che sono passati alla storia sono stati quelli capaci di aprire nuove strade sia stilistiche che concettuali. L’idea che era all’origine della rappresentazione è diventata sempre più forte della rappresentazione stessa, mentre per millenni era stato il contrario. Una tendenza, quella degli artisti continuamente protesi all’innovazione dei linguaggi e alla ricerca, che è tuttora prevalente. Uscendo dall’anteprima della mostra ”The Red Palace”, una personale dell’artista saudita Sultan bin Fahad (a destra nel suo studio) che si è svolta a Riad nei giorni scorsi, ho avuto la sensazione di avere partecipato ad uno di quegli eventi che cambiano la storia, in questo caso non solo dell’arte contemporanea ma di un intero territorio. Per spiegarmi meglio parto descrivendo gli elementi che hanno composto l’evento. Il titolo dell’opera, ”The Red Palace”, deriva dall’edificio che l’ha ospitata: il vecchio palazzo reale saudita, oggi in disuso. Lì ha vissuto e regnato il Principe Saud bin Abdulaziz. Nei saloni di questo palazzo sono passati tutti i dignitari locali, più re e capi di stato. La residenza, abbandonata dagli anni ‘80 era pronta per essere abbattuta quando Sultan, che è egli stesso membro della famiglia reale, ha chiesto di utilizzarla un’ultima vola prima della demolizione. E questo è il luogo. Poi vi è il tema. Oggetto  di questo enorme lavoro site-specific è la metamorfosi. Il profondo cambiamento economico, sociale e culturale vissuto dall’Arabia Saudita nelle ultime decadi. L’artista ha creato installazioni e sculture connettendo oggetti e situazioni che hanno determinato la storia di questo territorio calandole sapientemente in un luogo simbolo del potere della monarchia ma ora in disuso. Ed infine c’è l’artista. Un principe artista ad orecchie occidentali suona poco credibile. Perché lo stereotipo vuole l’artista un po’ povero e maledetto o quantomeno un prodotto figlio di percorsi accademici tipici. Sultan è invece altro: è una persona di cultura, istruita come si deve ad un uomo del suo rango, che ha capito con grande acume quanto l’arte sia la chiave più forte per avviare il motore dell’innovazione. Una intuizione non banale in un paese che è cresciuto nelle difficoltà tipiche di un territorio desertico ed impervio, da sempre al centro di grandi dispute belliche, governato nelle sue dimensioni più intime da due istituti, la famiglia e la religione, che gli hanno consentito di arrivare all’Arabia Saudita di oggi. In questo contesto ricorrere all’arte come leva per incrementare la propensione al cambiamento è molto di più di un’operazione culturale di prestigio. È un’operazione politica illuminata, un modo di spingere verso la discesa senza ritorno del cambiamento le future generazioni saudite. Quanti altri artisti possono dire di aver fatto la stessa cosa? Quanti con i loro lavori hanno inciso così profondamente sul proprio territorio? Sultan bin Fahad lo ha fatto. “The Red Palace”, opera curata da Reem Fadda (a destra con Sultan bin Fahad) con sapiente raffinatezza, è un lavoro complesso e per alcuni versi, visti gli spazi, monumentale.  Un lavoro anche non privo di rischi visto che l’artista utilizza generi espressivi diversi, dalle installazioni, ai video, alle foto. Nel complesso un lavoro artistico coraggioso che ho molto apprezzato. Perché mi piace l’idea che sia un principe a rientrare in un luogo simbolo del potere monarchico e utilizzandone il decadimento ne sottolinei le vicende del passato, alcune cruente, come ”Desert Storm” la prima guerra golfo, quella che portò alla liberazione del Kuwait, altre effimere come lo sfarzo degli ambienti, altre emblematiche, come la crescita del potere saudita. Sultan usa memorabilia della guerra, led coloratissimi, tappeti, specchi, stoviglie e foto di famiglia per raccontare con apparente leggerezza le vicende più importanti della sua gente. Ma il lascito è invece un solco profondo, testimonianza del ”genius loci”, della fierezza di un popolo, della sua toria e del suo futuro. To Dust”, oppure il video ”Dinner at the Palace” o anche ”Preyer Room” sono lavori che colpiscono per la loro forza intrinseca.  Portare in quel palazzo il linguaggio irriverente del contemporaneo significa dire a tutti i sauditi che la storia è fatta, che il paese è pronto per proiettarsi nel futuro, forte del suo passato ma conscio della necessità di dover cambiare, di dover crescere. Con “The Red Palace” Sultan bin Fahad ha scritto una pietra miliare nella storia culturale di tutto il Medioriente. Il suo lavoro mi ha fatto tornare alla mente quel brano in cui Jim Morrison cantava: ”non accontentarti dell’orizzonte, cerca l’infinito”.  È questo suo approccio, questo suo voler andare oltre che me lo fa ricollocare nella ristretta setta dei grandi ”Game Changer” di cui dicevo all’inizio. Sultan è per l’Arabia Saudita quello che Andy Warhol è stato per gli Stati Uniti, Marcel Duchamp per la Francia,  Pablo Picasso per la Spagna: un iniziatore. Ma non c’è soltanto lui. Nel paese è un fiorire d’iniziative dedicate all’arte. Un ruolo di primattore lo ricopre certamente Mohammed Hafez titolare della Galleria ATHR (in basso a destra) che, non a caso, ha organizzato ”The Red Palace”.  Con lui un gruppo di donne straordinarie. La curatrice Fadda, la direttrice della galleria Alia Fattouh  (in basso a sinistra) e la direttrice del Ministero della Cultura Alaa Tarabzouni, sono il motore di un movimento artistico giovane ma già lanciato a velocità. Ed è grazie a ATHR che ho avuto modo di scoprire che dietro la cuspide rappresentata da Sultan bin Fahad esiste già un nutrito gruppo di promettenti artisti. A Riad, accompagnato dall’impareggiabile Alia Fattouh, ho avuto modo di scoprire artisti come Ahmed Mater, un giovane visionario che gioca con arguzia sui temi dell’energia e della consunzione, ma anche di vedere i lavori di talenti emergenti come Homoud Al AtaouiSaed Gamhawi e di Marwa Almaguait. Ancora più sorprendente la scena artistica che ho trovato spostandomi a Gedda, città sul Mar Rosso con una tradizione culturale millenaria ricchissima, dovuta anche alla sua felice ubicazione geografica essendo al contempo sulla via della seta e sul mare. Gedda è la città di Mohammed Hafez, dove ha sede la sua ATHR, una galleria strutturata come le grandi gallerie occidentali ma con un focus tutto sugli artisti sauditi.
L’ho visitata in occasione del suo decennale, celebrato con la mostra “Out of place”. Ed è stato un colpo di fortuna, perché questo mi ha concesso l’occasione di avere sia una panoramica retrospettiva sulla qualità dei lavori, sia di valutare il progresso fatto nell’ultima decade. Entrando in galleria in realtà sembrava di stare a Chelsea, nel west side di New York. Mancava la mitica “High line” è vero, ma l’immobile, lo stile industriale, gli ampi spazi, grezzi ma funzionali, gli arredi, la vista dalla magnifica terrazza, un po’ tutto insomma ricordava il quartiere delle gallerie della grande mela. Dentro invece no, qui tutto era dedicato, come ho detto, ai talenti emergenti locali. Questo mi ha consentito di scoprire ”Bahar-baashar-shajar-jajar”, una personale di Ayman Zedani e ”Stream Move Oceans”, un lavoro site-specific molto interessante di Zahrah Al Ghamdi. Con loro a Gedda c’era anche Rashed Al Shashai, un artista solido, culturalmente strutturato, che da una ricerca semantica sul campo indaga questioni esistenziali profonde. Al Shashai cerca oggetti di uso comune, da un autobus per passeggeri al vestito da sposta, da vasi di terra cotta a vecchie caffettiere, e li taglia perfettamente in due ponendo poi le parti divise una di fronte all’altra. È una simbologia che richiama il gioco della scissione e dell’unione, delle fratture fisiche che lasciano però uniti, dei tagli che dividono l’indivisibile. È un lavoro che affascina perché ricorda il dolore delle spaccature e la necessità della ricongiunzione. Insieme a Shashai ho potuto conoscere anche altri due artisti significativi dell’attuale scena saudita: Sarah Mohanna Al Abdali e Maryam Beydoun. Anche un salto al Saudi Art Council a vedere la mostra “Al Obour” ha completato lo sguardo sulla scienza contemporanea di Gedda. Nel complesso insomma ho visto lavori interessanti, con punte di eccellenza.  Di tutto questo il grande l’artefice indiscusso è Mohammed Hafez.
È lui che dieci anni fa si è messo in moto. Quando il contemporaneo in Arabia Saudita non era per così dire il tema del giorno, lui con lungimiranza ha cominciato a costruire quell’ecosistema che rappresenta la precondizione per la crescita artistica di un territorio.  Ha aperto la sua galleria e anno dopo anno ha cominciato a cercare e a stimolare i talenti sauditi. Un lavoro senza il quale oggi non avremmo quello che invece c’è. Anni d’investimento i cui frutti cominciano a vedersi.
Decine di scelte azzeccate, a cominciare da un team tutto al femminile, che fanno oggi di Mohammed Hafez il signore del contemporaneo in Arabia. Una volta il Mahatma Ghandi ebbe a dire: “La vera arte sorgerà ogni qual volta gli uomini cominceranno a vedere la bellezza della verità”. L’Arabia Saudita disegnata nell’ambizioso programma “Vision 2030” grazie alla sua arte contemporanea ha già cominciato a vedere una nuova bellezza.

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