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Uno sguardo sulla Cina

Uno dei momenti più interessanti del TEFAF, come da tradizione, è la presentazione dell’ Art Market Report. Quest’anno l’attenzione è sulla Cina, il che non sorprende, considerato che negli ultimi 30 anni il suo mercato dell’arte è cresciuto enormemente, fino a diventare il secondo più grande al mondo. Per le generazioni più giovani parlare di questo Paese non sembra una cosa così anomala, ma per le altre, quelle che sono cresciute e hanno vissuto negli anni che hanno preceduto la sua apertura nei confronti della comunità internazionale, si può a diritto definirlo come qualcosa di straordinario. Per questa prima introduzione, una premessa storica è necessaria, ed è quella da cui parte anche il TEFAF Art Market Report: the Chinese Art Market. Durante gli anni della Rivoluzione Culturale (1966-1976), gli antiquari statali acquistarono a prezzi bassissimi le opere d’arte appartenenti alle singole famiglie, facendo scomparire ogni forma di collezione privata. Da allora, per rivedere il commercio d’arte si è dovuto aspettare gli anni 90, perché prima era proibito, considerato come una forma di attività borghese e capitalista. E sono arrivati. Oggi la Cina è il terzo Paese al mondo dopo USA e Giappone con il più alto numero di HNWI, ospita 1500 musei privati e conta 525 case d’aste (2017), di cui Poly Auctions and China Guardian sono al terzo e quarto posto dopo Christie’s e Sotheby’s. Un dato impressionante se si pensa che nel 1993 ce ne erano solo due in tutto il Paese.

Nel corso dell’incontro, Kejia Wu, autrice del Report e Professoressa al Sotheby’s Institute di New York, ha illustrato le principali scoperte risultanti dall’estensiva ricerca e numerose conversazioni con personaggi chiave del mercato, incluso un sondaggio sui principali collezionisti cinesi. È emerso che la maggior parte di loro compra arte per passione e investimento, intende comprare tramite case d’aste, di spendere più di $1 milione nel breve termine e di farlo in Cina. Le relazioni con i galleristi ricoprono un ruolo fondamentale nel processo di ricerca, scelta e acquisto, dato al quale Ben Brown – nel corso del simposio a cui hanno partecipato anche Liu Gang, collezionista di Pechino, e Adele Schlombs, Direttore del Museum of East Asian Art, Colonia,  mediato da Thomas Marks, editore di Apollo Magazine – ha risposto scherzosamente “dovrò venirvi a trovare più spesso!”.

Quello che è successo, di fatto, è che una grandissima quantità di arte e oggetti antichi è sopravvissuta dopo la Rivoluzione Culturale. Mentre gli antiquari statali sono stati strumentali nella ricerca delle opere d’arte e nel condurre il commercio d’arte all’interno dell’economia pianificata, sono state le case d’aste locali a segnare il passaggio a un’economia di mercato, dettando i gusti e l’espansione del mercato. Questo insieme alla rapida crescita economica del Paese e l’arricchimento delle persone, ha generato una domanda sostanziale per il collezionismo di opere cinesi, le quali continueranno ad essere le preferite dai collezionisti nel medio termine. Tuttavia, questa fotografia è già in movimento, perché invece la generazione più giovane di collezionisti è più interessata all’arte contemporanea, sia cinese che occidentale, con preferenze e comportamenti più simili ai loro compari d’oltreoceano, più connessi a internet e ai social media.

Tutto ciò lascia con alcune prospettive per il futuro. Questi giovani collezionisti continueranno ad aumentare e diventeranno più attivi nel mercato primario e secondario e l’acquisto di arte occidentale continuerà ad espandersi. Alcune gallerie occidentali, come Hauser&Wirth, e musei, come V&A, hanno capito questo trend e aumentato le interazioni con il pubblico cinese. Le gallerie locali fronteggeranno una competizione maggiore e le fiere dovranno consolidarsi per sopravvivere. È probabile che ci vorrà del tempo per i giovani prima di poter comprare opere da $10 milioni o più, ma le loro attività d’acquisto attraverso gallerie e fiere contribuiranno a uno sviluppo sano del mercato primario in Cina. Allo stesso tempo, molti musei privati non saranno in grado di mantenere il pareggio di bilancio e dovranno chiudere. Le loro collezioni potrebbero essere vendute sul mercato secondario, trasmesse alle loro famiglie oppure donate ai musei statali.

Parliamo di un Paese in rapidissima evoluzione, che sta scavalcando fasi che il mondo occidentale ha attraversato e costruito per secoli. È interessante per questo osservarlo anche per capire il proprio contesto e magari accorgersi che a un certo punto supererà il break even point. In Europa per esempio si sta diffondendo da poco la consapevolezza di come il mercato dell’arte sia rivolto a una nicchia, che con le sue finanze è sempre bastata per tutti, ma che magari adesso non basta più a riempire il bacino di opere che gira secondo dinamiche che restano misteriose. Ecco perché l’arte basata sull’esperienza – senza entrare ora nel merito – sta acquisendo tanto successo, come è stato Trascending Boundaries alla Pace Gallery due anni fa e come più di recente è avvenuto alla Serpentine Gallery con la performance virtuale di Marina Abramovic. È un mondo in corsa, misterioso e disastroso allo stesso tempo, ma pur sempre affascinante e forse, studiarlo da vicino, può insegnare molto di più di quanto non si pensi.

 

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