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L’unica arte che conta è politica?

Riportiamo in italiano un estratto dal New York Magazine (Vulture) di un articolo del giornalista statunitense Carl Swanson. Il tema? Il rapporto tra arte e politica oggi.

Le contestazioni sono iniziate quasi subito dopo le elezioni. In un’e-mail al Whitney Museum, l’artista Annette Lemieux ha chiesto che la sua installazione Left Right Left Right, composta da una serie di fotografie a grandezza naturale di pugni alzati, simbolo di protesta, venisse capovolta. L’artista Jonathan Horowitz ha aperto, insieme ad alcuni suoi amici, un profilo Instagram, @dear_ivanka, con l’obiettivo di rivolgersi direttamente alla figlia del neo-presidente per farla vergognare al punto di convincere il padre ad allontanarsi dalle posizioni di Bannon. Dopo averle restituito il denaro, l’artista Richard Prince ha pubblicato un comunicato per ripudiare un’opera acquistata da Ivanka. Una scultura luminosa di Sam Durant, che proietta la scritta End White Supremacy, è stata issata sulla facciata della Paula Cooper Gallery di Chelsea, a New York (dopo una prima apparizione nel clima radicalmente diverso dell’elezione di Obama nel 2008), mentre un’altra versione allestita dalla galleria Blum & Poe accoglieva i visitatori al Miami Beach Convention Center durante Art Basel, tenutasi nel primo weekend di Dicembre. Il consueto baccanale di VIP e brand di lusso dell’evento è sembrato un po’ ammutolito e ansioso questa volta. Non ha certo aiutato il reading della fondatrice delle Pussy Riot Nadya Tolokonnikova, che ha declamato un comunicato sui pericoli dell’autoritarismo a bordo piscina dell’hotel Nautilus.

E non è certo finita. Ogni proclama di Trump sembra ispirare nuove ondate di proteste e reazioni. Quando il presidente ha annunciato la prima revisione del suo bando all’immigrazione da sette stati a maggioranza musulmana, il David Museum del Wellesley College ha coperto e rimosso circa 120 opere realizzate o donate da immigrati, mente il Museum of Modern Art ha messo in esposizione le opere della sua collezione realizzate da artisti provenienti dalle nazioni bandite. Andrea Rosen, allineata con l’establishment, ha deciso di chiudere la sua galleria di Chelsea, anche per concentrarsi sulla propria attività politica. Nella zona di Bushwick, la Christopher Stout Gallery, più critica nei confronti dell’establishment (o comunque molto meno allineata) e specializzata in arte “femminista, queer, contestatrice, iper-aggressiva, mistica e/o gioiosamente sessuale”, si è invece ribattezzata ADO (Art During the Occupation) Project. Il fotografo Awol Erizku, noto al grande pubblico per la celebre foto di Beyoncé durante la gravidanza, ha recentemente annunciato la sua mostra anti-Trump Make America Great Again, durante la quale saranno venduti cappelli da baseball con lo slogan elettorale del presidente sovrapposto all’immagine di una pantera nera («ogni mostra deve avere qualcosa di poco costoso»). Il Public Art Fund di New York ha commissionato ad Ai Weiwei un progetto che coinvolga l’intera città, intitolata con acuta ironia Good Fences Make Good Neighbors (Buoni recinti per un buon vicinato).

Famosa per i suoi scintillanti dipinti, tanto grotteschi quanto ricchi di charme, e le sue fotografie di labbra, occhi e scarpe, Marilyn Minter – che a 68 anni ricorda Courtney Love tanto quanto Zia Mame – è diventata una delle figure più amate del panorama artistico. Le sue posizioni politiche sono appassionate, generose, e naturalmente molto in linea con la sua generazione. (Per un periodo, negli anni Novanta, l’arte di Minter era stata criticata da parte del movimento femminista come un po’ pornografica, motivo per cui l’artista riteneva di essere considerata sessista). Non si può certo dire che il mondo dell’arte fosse rimasto dormiente. Gruppi come Occupy Museums hanno cercato di attirare l’attenzione del pubblico su presunte ineguaglianze dell’ipocrita sistema liberale: i suoi problemi relativi alla razza e alla classe, il suo essere al servizio di committenti plutocrati o integrati al capitale, seppur armati delle migliori intenzioni. Gli anni di Obama sono stati ottimi per l’arte contemporanea: non sempre per i motivi giusti, a pensarci bene, ma forse anche per quelli che Trump e gli altri populisti e neo-nazionalisti indicano come cause della propria ascesa. Nel loro arricchirsi ulteriormente, i ricchi del mondo sono stati mandati a gambe all’aria da variabili imprevisti dell’arte contemporanea. I prezzi sono aumentati, insieme al pubblico del circuito – in aumento e ben promosso – di fiere e biennali e dei musei, molti dei quali privati e alleati con brand del settore del lusso. Perfino Kanye West, Lady Gaga e Madonna – sì, anche lei – si sono fatti coinvolgere. L’elemento di novità e quello sovversivo, estetico o intellettuale, dell’arte stessa sono stati spesso messi in ombra da allestimenti sfarzosi: tra i carrelli traboccanti di champagne Ruinart che scorrazzavano tra gli spazi espositivi di Art Basel a Miami Beach, è difficile percepire gli intenti.

Non si tratta certo di una novità. La maggior parte degli artisti, proprio come la maggior parte di noi, vuole godersi il successo e vivere comodamente. La domanda è se questo boom non abbia minato la possibilità dell’arte di conservare autorità morale: è possibile protestare mentre si è nella lista privilegiata dell’area VIP? Una volta un mercante specializzato in arte multimilionaria mi ha detto «Il mondo dell’arte non si sente più importante. Nei posti dove Trump ha raccolto i suoi voti gli artisti non ci vanno. Lena Dunham quella gente non la conosce. Pubblicare post su Instagram non significa resistere, ma solo apparire come parte della resistenza.» Ecco il vero pericolo: che l’arte sembri più atteggiamento che reale protesta. «Sappiamo bene quanto il mondo dell’arte segua le tendenze,» riflette Hank Willis Thomas. «È questa è un’altra tendenza. Dopo 15 anni di arte fatta in un certo modo, è fantastico essere di nuovo di tendenza. La domanda è cosa accadrà quando la tendenza sarà passata».

Per gli artisti che protestano contro Trump si pone un problema concettuale più ampio, che è farlo in maniera efficace. Cosa possono fare gli artisti per contrastare la politica di un presidente che sotto molti aspetti è una specie di performer a sua volta? Come faranno questi strambi visionari e scontenti a manipolare la realtà, se creare realtà alternative è diventato il metodo del nostro pazzo re post-moderno, in grado di dire tranquillamente qualsiasi cosa? Cosa fanno gli i furbissimi artisti, quando è il mondo stesso a essere diventato così oscuro nella sua furbizia?
Non aiuta certo il fatto che le posizioni sembrano essersi scambiati di posto, e che l’inquilino della Casa Bianca e i suoi più tossici sostenitori si dipingano come i veri outsider. Nell’ottobre scorso, Lucian Wintrich, un fighetto provocatore oggi in possesso di un accredito stampa alla Casa Bianca, organizzò a Chelsea quella che fu definita una mostra d’arte pro-Trump, #DaddyWillSaveUs: Make Art Great Again! (#PaparinoCiSalverà: Rendiamo l’Arte Di Nuovo Grande!). Alla mostra erano esposte opere di Milo Yiannopoulos e Martin Shkreli. Nonostante l’evento sia stato un disperato esempio del peggior kitsch, Wintrich non aveva tutti i torti quando con grande serietà ha dichiarato al New Yorker: «L’arte migliore è trasgressiva. Oggigiorno sembra che il modo migliore per essere trasgressivi sia semplicemente essere maschi bianchi conservatori e orgogliosi di essere patrioti americani».

Tra le immagini di protesta che hanno inondato i social network da gennaio in poi, sono rimasto particolarmente colpito dai cartelli “Dio odia Ivanka” e “I froci odiano Trump”, ispirati nella grafica alle disgustose insegne della Westboro Baptist Church, nota per organizzare proteste ai funerali dei soldati, e proprietaria del sito godhatesfags.com (dioodiaifroci.com). A quanto pare, quei cartelli sono stati realizzati dall’artista Paul Chan e dalla Badlands Unlimited, la sua piccola casa editrice specializzata in libri d’arte. Sono andato a trovare lui e la sua squadra in ufficio, in un palazzo senza ascensore di Rutger Street. Lì Micaela Durand mi ha fatto vedere foto di alcuni ragazzi che imbracciano i cartelli, e mi ha spiegato l’idea: «È come in Arancia Meccanica, solo che sono le minoranze a prendere in mano la situazione. Le foto vorrebbero ispirare un nuovo tipo di coraggio nelle nostre città. È una sorta di book fotografico concepito per far partire una campagna nazionale, per smuovere qualcosa negli stati a maggioranza repubblicana». È un ritornello che sento spesso. Tutti i membri del gruppo di artisti “resistenti” si dicono interessati a fare qualcosa che abbia un effetto sul resto del paese, perfino quelli che si sono aggregati al circo dell’arte proprio per scappare dai terribili stati conservatori. Chan è nato a Hong Kong ma è cresciuto in Nebraska. Non è a digiuno di politica, ma di solito le sue argomentazioni sono meno esplicite. Nel 2007 ha collaborato con Creative Time per mettere in scena Aspettando Godot nelle strade di New Orleans: «Due anni dopo Katrina, tutti stavano aspettando qualcosa». Nella sua mostra al Greene Naftali, che si è conclusa il 15 aprile, era esposto anche qualcuno dei suoi “breezies” – sculture dalla comicità inquietante, animate dai fan – alcuni dei quali ricordano i costumi del Ku Klux Klan. Dopo le elezioni, Chan si è concentrato sulle insegne e i cartelli della Westboro, che si potrebbero interpretare come parodie di offese gratuite tanto quanto Trump e i suoi fan su Breitbart News. Così gli è venuta un’idea: trollare i troll. «Abbiamo pensato: anche noi siamo arrabbiati. Dovremmo contrapporre l’odio all’odio. Questi stronzi della Westboro sono pieni d’odio: molto scaltri, ma pieni d’odio. E il loro visual design è davvero iconico». Chan ha realizzato i primi cartelli in occasione della Women’s March, andando incontro non solo a reazioni positive. «Un successone – racconta Chan, – fondamentalmente la gente li ha amati e odiati in egual misura. I liberali in particolare ci hanno veramente odiato».

«Ci dicevano: “Dio non odia nessuno” – racconta Durand in tono cantilenante. – Ci hanno trollato sia gli evangelici che i progressisti». Chan continua: «Secondo me è un buon segno: stiamo facendo qualcosa di giusto». Si ferma e riformula: «Non abbiamo intenzione di fare pace. Abbiamo intenzione di far sentire tutti in pericolo come ci sentiamo noi». Negli uffici della Badlands c’è una cartina degli Stati Uniti segnata con puntine da disegno. L’idea del gruppo è di vendere i poster in posti come librerie gestite da artisti a New York o Los Angeles, e poi usare i proventi per diffondere gratuitamente i manifesti nelle periferie. Continuano anche a realizzare altri cartelli, che vengono presentati dagli artisti stessi in diverse manifestazioni: quello che va meglio al momento è “Trump Loves Rape” (Trump ama lo stupro). «Ci dicono continuamente che non dovremmo rivolgerci soltanto a chi è già d’accordo con noi», riflette Chan, pur riconoscendo che solo ora stanno riuscendo a scalfire la tradizionale noncuranza degli abitanti di New York. «Se una persona è contro l’omofobia non è detto che intervenga se vede qualcuno che viene infastidito nella metropolitana. Le persone già sensibilizzate hanno bisogno di più coraggio, e quelle che hanno votato per Trump di più paura». Quando li saluto, ho un poster Trump Loves Rape tra le mani. È rosa, giallo e arancione.

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