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Verona è contemporanea

L’arrivo della primavera è un vero e proprio risveglio dei sensi e come dargli sfogo se non con l’arte? Verona, tra le numerose proposte, offre tre interessanti alternative, percorsi diversi, artisti e scopi apparentemente lontani che seguono lo stesso comune denominatore: lo sviluppo della cultura contemporanea.

Gam, Galleria d’arte moderna Achille Forti, apre le porte di Palazzo della Ragione con una mostra che rinnova il percorso espositivo permanente, L’arte a Verona tra avanguardia e tradizione. L’Ottocento e il primo Novecento da Hayez a Casorati, arricchita da una sezione collaterale che ricorda i 20 anni dalla prima acquisizione di opere d’arte contemporanea da parte della Gam, dal titolo: Luoghi della mente. 20 anni di arte contemporanea. Da Masuyama ad Hashimoto, attraverso Rovaldi, fino agli ultimi lavori del Premio Ottella. Una selezione di opere rende omaggio a quel pensiero che andava e va tutt’ora oltre il comune senso di arte, dove le spaccature ideologiche sono fondamentali per dar vita al vero concetto di contemporaneo. Si tratta di un percorso nel mondo contraddittorio del presente dove la molteplicità dei linguaggi, dall’installazione, alla fotografia alla tecnica pittorica, si esprime in un gioco di assonanze e contrappunti nel circuito aperto tra ambiente, opera e visitatore. Un approfondimento che corre nella purezza della forma e del materiale con Hashimoto, nel mistero dell’invisibile di Olivieri, nell’essenzialità e forza delle periferie scolpite in bianco e nero di Bassotto, nelle regioni desolate del terrore descritte da Dashti, o ancora nell’esperienza spirituale ed esistenziale dei luoghi visitati raccontanti da Rovaldi e Masuyama, dove la realtà si risolve, non nell’indagine del dato oggettivo ma, al contrario, nella comprensione stratificata e profonda del mondo e di noi stessi in relazione ad esso.

A poca distanza dalla Gam, ci spostiamo in una delle location dove i focus dedicati al contemporaneo rappresentano le fondamenta della galleria stessa, entriamo in Studio la Città con Risonanze. Fino al 19 maggio una doppia personale curata da Valerio Dehò, con opere di David Leverett, artista inglese, classe 1938 e Roberto Pugliese, giovane sound artist napoletano. La decisione di accostare due artisti diversi tra loro, sia da un punto di vista temporale sia per l’utilizzo di tecniche, è nata proprio dall’interesse per la composizione, in senso estetico e musicale, che lega le diverse esperienze. Leverett è stato uno degli esponenti del movimento definito dalla critica Pittura-pittura e presente nella struttura veronese già nel 1971. Tra i lavori proposti per questa mostra, tutti appartenenti a un ciclo realizzato da Leverett nella metà degli anni ’70, sono state selezionate una serie di opere che utilizzano tecniche e supporti diversi. Nelle Time membranes, poesie e segni calligrafici sono sovrapposti in sequenza da sinistra a destra, circolarmente, e fusi in fogli di resina trasparente. Sospese e staccate dal muro da piccoli morsetti, permettono alla luce di passarvi attraverso, di riflettersi sul muro bianco e ripassare all’interno del lavoro. In ciascuna di queste opere il colore sembra vibrare come uno strumento musicale e la comparsa di alcuni segni rimanda a partiture immaginarie che evocano quelle risonanze spirituali, citate da Kandinskij nel suo Spirituale nell’arte, che Dehò riporta nell’incipit del testo sulla mostra: ”Il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto, l’anima è il pianoforte dalle molte corde, l’artista è la mano che toccando opportunamente questo o quel tasto, mette in vibrazione l’anima umana”. Da qui si sviluppa la fusione comunicativa con le installazioni sonore di Pugliese infatti, servendosi dell’utilizzo di apparecchiature meccaniche governate da software, intende esaminare nuovi fenomeni legati al suono come anche il rapporto che intercorre tra uomo, arte e tecnologia, senza abbandonare l’aspetto visivo. Nelle opere esposte, dalla grande Emergenze acustiche, installazione di tubi in plexiglass e speaker, alla cascata di cavi audio con Unità minime di sensibilità, fino alle opere più piccole a muro, come la nuova Possibile riflessione, il suono diventa sia oggetto di ricerca, sia mezzo di espressione e non solo acustico, energia vitale che anima l’inanimato, guida per analizzare e stimolare la psiche e la percezione umana. Come osserva il curatore «non solo la distanza temporale tra i due artisti viene superata, ma il confronto diventa l’occasione per una riflessione sul rapporto tra le arti e l’importanza delle sinestesie per comprendere l’illimitatezza dell’arte contemporanea, la sua necessità continua di uscire dai confini.

La rilettura dell’opera di Leverett alla luce della sound art di Pugliese e viceversa ha anche il senso di coprire delle distanze temporali attraverso le poetiche e scoprire che la risonanza interiore di Kandinskij non era un’ipotesi teorica ma la scoperta di una terra incognita tra la pittura e la musica». D’altronde Leverett ha affrontato il problema di come rimanere pittore cambiando la pittura stessa, in un momento in cui l’arte concettuale era già una realtà internazionale. Cercando materiali nuovi, tecnologici e sviluppando una pittura di sovrapposizioni e trasparenze, ha mostrato quella sorta di evoluzione che riscontriamo nei lavori di Pugliese immerso in un campo allargato dell’arte sonora, utilizzando il digitale per creare degli ambienti o delle installazioni dal deciso impatto artistico. Un suono figurale che lo ha reso originale nel panorama internazionale.

Nel pieno centro di Verona, all’Arena studio d’arte, è allestita una personale dedicata all’artista Federico Romero Bayter, attiva fino al 3 maggio, è a cura di Luca Cinquetti e Roberto Mazzacurati. Bayter nasce in Colombia nel 1981, studia all’Accademia di Brera, vive e lavora a Genova. Per la prima volta presente ed esposto nella città scaligera, la mostra pone particolare risalto ai dipinti dell’artista con sguardo più attento a suggestivi e significativi scorci di grandi città, inoltre realizzazioni studiate appositamente per questo evento, elaborate ad hoc e raffiguranti vari paesaggi di Verona. Vittoria Coen scriveva di Bayter che da artista e uomo porta dentro di sé entrambe le culture, quella dell’America latina e quella dell’Italia in una ricca polifonia di colori, suggestioni e segni. Non a caso lui stesso dichiara di aver disegnato da quando è nato e di aver respirato nella sua famiglia l’amore per l’arte. Ma quello che prova per queste due realtà, nelle quali ha vissuto e vive, è riconoscibile in vere e proprie sincronie, oltre il materiale, affinità pure e sincere nelle passioni e nella spiritualità religiosa.

Mondi eterogenei, con le loro contraddizioni che entrano prepotentemente nelle sue opere, negli slanci del tratto e nell’uso sicuro del pennello. Tutto parte, dunque, dal disegno, che lui chiama ”disegni per progetti”; segni veloci che mano a mano descrivono, accavallandosi e intrecciandosi, un groviglio di linee, fatto di fughe prospettiche decise a rivendicare un’alternativa percezione di città, palazzi e strade. Le visioni urbane di Bayter sono delle vere e proprie sublimazioni del paesaggio, uno straordinario movimento in immagini che fotografano la storia e il sogno dell’artista.

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