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Fotografia a Villa Massimo

Villa Massimo con a capo il suo direttore Joachim Blüher, da alcuni anni, porta avanti un focus sulla fotografia tedesca meticoloso e dettagliato, percorso ben preciso e indirizzato a un’indagine che ha come momento finale la sua esposizione in mostra. Gli intenti di Fotografia, arrivata al suo quarto appuntamento annuale con la doppia esposizione di Lotte Jacobi e Alfred Eisenstaedt, sono mostrare il cammino che l’arte fotografica ha fatto in Germania dagli anni ’20 ad oggi, mettendo a confronto con assonanze o contrapposizioni stilistiche due fotografi della stessa epoca.

I primi due capitoli hanno posto la loro attenzione sulla fotografia della Repubblica di Weimar. La coppia di ritrattisti August Sander e Helmar Lerski è stata la prima a essere esposta mettendo in luce la loro eterogeneità artistica. Un’opera storica e importantissima per Sander che così è riuscito a manifestare l’Uomo tedesco fine anni ’20 nella sua quotidianità, ritraendo in questo modo un’intera nazione. L’Uomo di Lerski, invece, svettava nella sua monumentalità, i suoi volti erano intrisi di una drammaticità marmorea appartenente a un linguaggio cinematografico fatto di luci e ombre.

È seguita poi nel 2015 la seconda edizione con Erich Salomon e Friedrich Seidenstücker, entrambi fautori di una fotografia del momento. Un mezzo, la fotografia, che entrambi usavano per immortalare la Germania anni ’30: la sua quotidianità per le strade, Seidenstücker; i suoi salotti ed eventi sociali, Salomon, riuscendo a rendere visibile a tutti ciò che era riservato solo a pochi tra le mura dei palazzi.

Dopodiché ci fu l’avvento del nazismo, che fu per la Germania oltre a un tragico momento politico e sociale, anche un evidente spartiacque in campo artistico e fotografico come ci dimostrano le successive due edizioni di Fotografia con Willi Moegle/Otto Steinert, esposta nel 2016, e Lotte Jacobi/Alfred Eisenstaedt, mostra attualmente in corso fino al 24 novembre. Entrambe ci testimoniano apertamente gli effetti del nazismo tra i fotografi tedeschi di quel periodo e la contaminazione sulla loro espressività. Un’arte mutata alla luce del totalitarismo, non solo stilisticamente e formalmente ma che ha dovuto cambiare, in alcuni casi, anche domicilio per sfuggire a censura, persecuzione e morte. Questo il caso di Lotte Jacobi e Alfred Eisenstaedt.

La loro mostra è un modo per chiudere idealmente un cerchio, per farli tornare a casa, ed esprimere apertamente con orgoglio la loro identità nazionale. Entrambi ebrei nel 1935 trovarono rifugio in America. Ma mentre per Eisenstaedt questo non ha comportato grandi cambiamenti e influenze sul suo stile fotografico, per l’arte di Lotte Jacobi è stato un passaggio fondamentale. Conosciuta in Germania per la sua incisività ritrattistica, per Johanna Alexandra Jacobi, l’America è stata terra di sperimentazioni che hanno virato verso uno stile surrealista. La serie Photogenics, realizzata fino al 1964, si compone, infatti, di giochi di luce e ombre create ad hoc in camera oscura, astrattismi che non inquadrano più l’individuo ritraendolo a grande formato nelle sue fattezze, ma che rendono percepibile una sensazione di raffinata poetica. I suoi ritratti, invece, che fungono da cordolo temporale lungo tutta la sua attività fotografica, si pervadono allo stesso tempo di una squisita delicatezza e di un realismo pulsante. Albert Einstein è ritratto nell’atto di scrivere, con la penna in mano e lo sguardo perso nel vuoto alla ricerca delle parole, le grinze della sua giacca con la sua postura accasciata su se stesso si rendono perfettamente esempio della presa del reale vissuto e imperfetto di Lotte Jacobi. Differenti, invece, le fotografie che si soffermano sul mondo della danza, un contesto che le ha permesso di esprimersi con i suoi famosi ritratti, ma anche con alcuni giochi di figure e linee sinuose che fanno tornare alla mente gli astrattismi di quella che sarà la serie Photogenics.

Di Alfred Eisenstaedt, invece, è noto soprattutto uno scatto in particolare V-J Day, che immortala il bacio appassionato di un uomo e una donna a Time Square il giorno della vittoria degli Alleati durante la seconda guerra mondiale. Sulle dinamiche di realizzazione di questa fotografia se ne è molto discusso, per la messa in posa o meno dei due soggetti da parte del fotografo. Eisenstaedt aveva l’animo e lo stile di un fotoreporter d’assalto, sia prima che dopo il suo arrivo in America, narratore delle storie politiche e sociali che appartenevano al mondo. Collaboratore dell’Associated Press ha pubblicato molti lavori su riviste internazionali di grande importanza tra cui Life, di cui è poi diventato fotoredattore. Il suo stile quindi non si riduceva a un fotogramma, a un’immagine iconica, ma all’insieme di una sequenza, alla voglia di narrare attimo dopo attimo gli accadimenti di un evento. In mostra a Villa Massimo alcuni dei suoi reportage, su stampe vintage degli anni ’30-’50. Il suo lavoro ha spaziato da sequenze che raccontavano gli equilibri politici mondiali, come il primo incontro tra Hitler e Mussolini, a scene di vita quotidiana, come la serie, esposta in mostra, dello speakers Corner a Londra al Hyde Park dove chiunque poteva recarsi per parlare. Nelle immagini si percepisce chiaramente l’intento di rappresentare oltre al soggetto ritratto, un signore dalla gestualità teatrale, anche il tempo intercorso, il prima e il dopo, la narrazione degli eventi. Uno stile giornalistico che lo ha caratterizzato per tutta la vita.

Fino al 24 novembre; Villa Massimo, largo di Villa Massimo 2, Roma; info: www.villamassimo.de/it

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