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Le sperimentazioni di Antonio Finelli al BoCs Art di Cosenza

Il dialogo tra l’arte contemporanea e il pubblico, il coinvolgimento della popolazione e del territorio, la riqualificazione del lungofiume Crati e della zona limitrofa sono gli obiettivi di BoCS Art Cosenza, progetto di Residenza Artistica, partito a luglio del 2015 e organizzato dal Comune e dalla Provincia, grazie a un finanziamento dell’Unione Europea. La residenza, la cui direzione artistica è affidata al critico d’arte Alberto Dambruoso, nel corso delle due edizioni 2015 – 2016 ha coinvolto circa 200 artisti tra italiani e stranieri, appartenenti a diverse generazioni e con percorsi di ricerca differenti – dalla pittura alla scultura, dalla fotografia all’installazione, dalla performance alla video-installazione, fino alla Street Art. La nuova edizione di Bocs Art prevede due sessioni, una dal 17 giugno all’ 8 luglio e una seconda dal 10 al 30 luglio per un totale di 27 residenze.

Uno dei giovani protagonisti della seconda sessione è Antonio Finelli, artista molisano dalla formazione tradizionale all’Accademia di Belle Arti di Roma, che concentrerà la sua attenzione su un progetto sperimentale, legato nello stile e nel contenuto a ciò che da sempre lo affascina: il disegno e i segni della pelle. Da vero disegnatore, come lui stesso si definisce, realizzerà delle piccole produzioni a matita su carta (9x9cm) associando ad essi un nuovo materiale, l’acciaio. Il risultato sarà una sorpresa, intanto l’idea dell’artista è di lavorare su questo connubio insolito, senza però sfruttare il metallo come mero supporto che fuoriesce dalla parete o dal piano di calpestio. Il tema è il tempo che passa, anzi i segni di esso che rimangono visibili sui corpi. Il suo lavoro è un voler scrutare e decodificare quei segni come tracce che l’inesorabile trascorrere del tempo ha registrato sulla superficie dei volti, invitando il fruitore a leggere, interpretare la superficie come specchio del vissuto. Decidere di imparare quel linguaggio significa cercare di capire il proprio corpo. Così il segno viene a essere voce in un autoritratto in cui la pelle racconta il proprio passato, la propria storia. «Sono affascinato dai segni della pelle, quello che faccio è riprodurli sulla carta, percezioni di una vita, dello scorrere del tempo». L’utilizzo di due materiali così lontani, contrastanti (resistente/deperibile) è stata una scelta dovuta, non solo all’assonanza di colori tra l’acciaio grezzo e la carta, ma strettamente legata al tema dello scorrere del tempo che nonostante la sua impercettibilità tattile è visibile dall’occhio nei segni che lascia dietro di sé.

Il progetto verrà ospitato all’inizio del 2018 alla galleria romana Triphè, diretta da Maria Laura Perilli, insieme ad altre sperimentazioni dell’artista che sta affrontando il tema del tempo anche con altri materiali, come la ceramica. La residenza ancora non è cominciata e può rivelarsi un’avventura dai risultati inaspettati. «La residenza sarà un’ottima esperienza di scambio, crescita, scoperta di nuove realtà artistiche – spiega Antonio – e soprattutto dialogo in un contesto, quello dell’arte, dove gli artisti hanno difficoltà a comunicare».

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