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La scultura (non) è un gioco

Alla galleria Monitor è di scena il maculato: viene presentata la personale di Eric Bainbridge, scultore inglese (Consett, Durham, 1955) fra i più rappresentativi della sua generazione, con esposizioni che contano fra le tante le Biennali di Venezia nel 1986 e 1990, Modern British Sculpture alla Royal Academy di Londra, Artissima nel 2011 e collettive come good things come… al College Art di Playmouth nel 2016, MD3 Fragility and Monumentality a Bangkok nel 2014 e Sleeper alla Workplace Gallery di Londra, nel 2013.

Negli spazi immacolati della galleria è possibile osservare fino al 17 giugno le opere di un artista che nella sua carriera ha concepito la scultura come qualcosa di più complesso e divertente, con l’ausilio della curiosità e della satira, nonché della prima lezione duchampiana che si componeva tanto di casualità quanto di variabilità. Nel caso di Bainbridge gli elementi sono entrambi presenti: la casualità attraverso gli oggetti scelti in contesti quotidiani ai limiti del banale e del kitsch (tavolini, pezzi di grondaie, quadretti, pellicce sintetiche) e la variabilità per mezzo dei media utilizzati, collage, disegno, video e fotografia, che lo rendono un interprete del Modernismo con alcuni accenni di dettagli Dada. L’obiettivo è giocare, come anche il maestro Duchamp, con l’umorismo che deriva dall’ambiguità e dagli opposti che si attraggono, sia quando questo gioco viene compreso ma anche resta oggetto di curiosità per il pubblico.

In opere come Blue Cloud, un piccolo asciugamano azzurro da pochi soldi prende il posto di un solenne Velo di Maya, per svelare l’opera d’arte con autoironia e creare allo stesso tempo una interpretazione tattile, poiché costituisce un elemento del quadro (la nuvola blu) che diviene vita reale, anzi, che non ha mai smesso di esserlo. I giochi si susseguono: nell’opera Untitled del 2014 una tubatura di ferro arrugginita viene sormontata da un altro asciugamano volutamente rosa con i fiori; oppure nell’opera Nostalgia nella quale altri elementi in ferro provenienti da ambiti domestici vengono assemblati per produrre una scultura di metallica eleganza (che richiama lo Scolabottiglie) in contrapposizione con dettagli che la completano, ancora morbidi panni colorati. Riguardo il pelo maculato, alcune opere recenti, eseguite nel 2016, vedono l’uso di strisce di pelliccia sintetica, rivolta verso la parte più ruvida, al fine di rendere la natura di questi elementi contraria a quello per la quale sono stati creati; non solo, questa inversione è doppia, poiché il caso vuole che la pelliccia sintetica già di per sé funga da elemento che sovverte delle caratteristiche naturali.

L’opera più recente, del 2017, intitolata Arte Kebab, si fa notare per la sua forma particolare: si tratta effettivamente di un grande pezzo di polistirolo che richiama il piatto turco, poggiato su una base rotante e su un tavolino anni ’50. Come per le altre opere anche qui non può esserci una singola lettura, ma si apre un’interessante rosa di argomenti che vengono affrontati qui: dalla situazione politica attuale in rapporto con il mondo medio-orientale, passando per le icone pop contemporanee, fino all’ironia odierna sul concetto (carnoso) di opera d’arte. Nonostante la molteplicità degli elementi usati, Bainbridge si considera esclusivamente uno scultore poiché la sua opera al pari delle statue, che si possono osservare da ogni punto di vista fisico, possono essere osservate da ogni punto di vista intellettuale.

Fino al 17 giugno; Monitor, via Sforza Cesarini 43, Roma; info: www.monitoronline.org

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