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Élodie Seguin, la pittura fa luogo

Nell’articolo Specific Objects, pubblicato nel 1965, Donald Judd proclamava le linee teoriche fondamentali del Minimalismo americano, abolendo l’impiego di termini quali pittura e scultura per descrivere le sue opere. In Italia, nel periodo Informale degli anni Cinquanta, si era già verificato il passaggio dalla pittura all’oggetto-pittura, suscitato dal desiderio di superare la tela e di raggiungere una nuova dimensione. L’opera di Élodie Seguin (Francia, 1984) s’iscrive nel prolungamento della tradizione di questo discorso pittorico in cui i limiti di categoria rappresentano una preoccupazione essenziale. La semplicità e la ripetizione delle forme, gli accostamenti sapienti di colore, il gusto per il ‘less is more’, sono solo alcuni dei mezzi tramite cui l’artista riflette sui vincoli e sulle possibilità del medium della pittura e della sua identità. Una distinzione netta che sussiste nella storia della rappresentazione pittorica è quella tra figurazione e astrazione, Seguin va oltre questa classificazione muovendosi in entrambi i generi cosicché, nelle sue composizioni, idea e oggetto, realtà e illusione, convivono senza contraddizioni.


Alcune superfici presentano immagini di oggetti identificabili altre sono più geometriche, ma non si tratta di veri e propri dipinti: queste opere bidimensionali raramente sono appese alla parete, il loro processo di creazione consiste in una serie di prelievi, spostamenti e associazioni tramite cui l’artista crea delle interrelazioni interne tra le componenti ed esterne con lo spazio e l’architettura che le accoglie. Appoggiati, accatastati o posizionati a terra, questi lavori attestano la propria pittoricità attraverso l’orientamento frontale, la prossimità del muro, attenuando l’oscillazione tra dimensioni. Anche il colore riveste un ruolo primario: questo non è semplicemente steso sulla superficie, ma coincide con la forma che ricopre. Da questa sintesi emerge la configurazione dell’immagine finale e si afferma l’equivalenza tra spazio e colore, o, come direbbe Seguin «la peinture fait lieu» («la pittura fa luogo»).

Per arrivare a una soluzione estetica soddisfacente, l’artista compie un’infinità di gesti, bada a ogni dettaglio come la scelta dei materiali, i formati, gli spessori, i rapporti di armonia o di contrasto tra i colori e, una volta sul luogo d’esposizione, la relazione con l’ambiente circostante. Per questo motivo, il periodo di mostra viene inteso dall’artista come un momento d’interruzione del processo di ricerca. Le fasi di studio e di produzione creativa si sovrappongono di rado e ogni opera riflette un tempo e uno spazio determinati, rinunciando ad apparire in un contesto diverso da quello in cui è stata pensata e mostrata la prima volta. La cura e l’atteggiamento analitico che l’artista adotta durante il montaggio sono percettibili nell’orchestrazione armoniosa e collettiva delle opere. Queste, seppur autonome, non risultano accessorie o decorative, ma organiche all’architettura, conferendo alla mostra carattere di installazione e allargando il proprio significato all’interno di una composizione più ampia. In conclusione, il rinnovamento e la messa in questione della sua pratica a ogni situazione, la porosità tra realismo e astrattismo, l’ambiguità sulla categoria artistica di appartenenza delle opere sono le basi su cui si fonda l’originalità del lavoro di Élodie Seguin. Pittura o Scultura?

Fino al 22 aprile, Galleria Jocelyn Wolff, Parigi. Info: www.galeriewolff.com

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