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La forza creativa dell’Equivalenza

In un’intervista del 2007, Giuseppe Penone affermò che «Respirare è scultura e un’impronta digitale è un’immagine pittorica». Si trattava di un’affermazione relativa all’analogia tra il vivere naturale e l’arte. A distanza di dieci anni – senza aver mai rinunciato a questa poetica nelle proprie opere – l’artista riempie lo spazio ovale degli spazi romani della Gagosian con la mostra Equivalenze inaugurata il 27 Gennaio. Il concetto primario della stessa parola “equivalenza” è che una o più cose corrispondano a altrettante, così come nel corso della sua carriera, iniziata nel segno della Land Art degli anni ’70, Penone cercò sempre di far coincidere l’uomo, la sua vita e il suo agire con la natura intorno a sé e le sue materie prime attraverso i punti di contatto reali (la pelle, gli occhi, gli arti) e non (gli impulsi, la memoria, le sensazioni).

In queste nuove opere, tutte scultoree, il fulcro primario dell’equazione è la mano: nel video tratto dalla serie Ephemeris del 2016, che accoglie i visitatori in una sorta di “dietro le quinte prima delle quinte”, l’artista viene mostrato al lavoro mentre usa costantemente le mani, anche quando non servirebbe, per dare le forme, manipolare i colori e toccare l’acqua; superata l’installazione è come se i frutti del lavoro di quelle mani si palesassero all’interno dello spazio. Il primo riscontro si ha nell’opera Pugno di grafite – palpebra 2, in cui la forza del pugno chiuso, centro focale dell’opera, viene incastonata in una forma visivamente riconoscibile mentre le linee di quella stessa forma vanno a comporre i dettagli di una palpebra: si delinea l’equivalenza fra la mano e la forza in essa racchiusa che attraverso la materia, la terra e dunque la natura, si trasforma in forme visibili e riconoscibili in una funzionale equazione artistica. I calchi della mano viaggiano su tutte le altre quattro superfici in ottone che riempiono la sala. Assumono forme compatte o vagano libere sulla superficie, creano immagini di foglie nel vento, linee di una pianta o rocce solide, organismi viventi; ognuna di queste opere Equivalenze richiama, nel proprio titolo, anche il valore mutabile del tempo, con l’apporsi di una data.

Al centro della sala troneggiano altre due opere Equivalenze in bronzo: flussi che emergono dal pavimento come lava solidificata e che si diffondono dando vita a parziali forme umane. Penone realizza questi alberi metallici dalla fusione di calchi in gesso di altrettanti alberi reali, definendoli “gesti vegetali”. La natura crea la vita dopo che la mano, a sua volta, ha manipolato la materia. Queste creazioni dell’artista possono essere viste come una sorta di flusso continuo in cui ogni cosa deriva dalla precedente ma al tempo stesso la equivale. Non esiste una matrice ma esistono cose che si corrispondono. Un po’come il principio di conservazione “Nulla si crea, ma tutto si trasforma”. All’interno dello spazio, di cui il maestro si dichiara molto soddisfatto, le opere hanno messo le loro “radici” contestualizzandolo in ciò di cui l’esposizione aveva bisogno: un luogo in cui la scultura potesse ampliarsi libera e in cui il contatto tra queste forme svelasse qualcosa dell’arte che si rivela attraverso il gesto e la comprensione visiva.
Oltra a Equivalenze, è visibile, fino al 16 luglio, una mostra sui lavori del maestro dal titolo Matrice organizzata e promossa da Fendi, curata da Massimiliano Gioni e allestita nel Palazzo della Civiltà Italiana, in cui vengono esposti alcuni dei lavori più significativi del maestro dagli anni ’70 ad oggi.
Fino al 15 aprile, info www.gagosian.com

 

 

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