Le parole sono quelle di chi non ha più terra sotto ai piedi. Tutto appare immobile, incerto e tornano alla mente le domande gauguiniane Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? fino all’ultima, una domanda nuova, la più terrena: Quanto dovranno aspettare?
È come approdare sull’isola posta ai confini dell’utopia della libertà, un tentativo riuscito di dia-logo e condivisione che troppo raramente avviene. Ieri sera, al Teatro dell’Orologio di Roma, il giovane artista Filippo Riniolo – con la messa in scena di una performance inedita – si è reso poeta e ha restituito la parola a quattro donne migranti che hanno raccontato le loro storie ri-scrivendo così, una dopo l’altra, le pagine di un’Odissea precaria e sospesa. ODISSEA, dopo la guerra è un lavoro inserito nel progetto La Forma del Pathos – Esperienza, Natura e Arte cu-rato da Gianluca Brogna e riparte dal testo fondativo del Mar Mediterraneo e ne ripercorre la geografia e gli spazi d’incontro senza – questa volta – che la guerra sia finita. Il poema omerico, specchio immortale di trasformazione politica e di transizione, ricerca un ritorno alla vita al quale è connesso il tema del viaggio attraverso luoghi sconosciuti raccontati in successione. Le donne hanno quindi parlato delle città subite e conosciute durante la migrazione che le ha por-tate a essere accolte infine a Roma, un percorso a tratti doloroso e a tratti confortante. L’arti-sta, interprete dei sistemi concettuali dell’epoca contemporanea, analizza la fragilità dell’infini-to numero di dati e di informazioni a disposizione che si fanno un tutt’uno con l’effimero e pone l’attenzione sull’esperienza unica e concreta di chi il viaggio l’ha compiuto. L’occasione di salire sul palco e sedersi al fianco delle donne per rivivere insieme a loro i momenti della traversata sul mare, rende indelebili le immagini nella mente del fruitore dell’evento che si trasforma egli stesso divenendo più consapevole. Come in un film di Pasolini, dove a parlare è la sofferenza autentica, l’inesistente finzione teatrale della performance ha portato a un confronto inevitabile con la realtà. Se è vero che il sapere è l’unico strumento umano di potere, Odissea, dopo la guerra di Filippo Riniolo potrebbe essere un ulteriore incoraggiamento a intraprendere quel cammino verso la rivoluzione della conoscenza che porterà ai necessari cambiamenti nell’essenza della società e della cultura.
Simile per tematica e per approccio realista, anche la performance Sisifo di Filippo Riniolo è messaggera di una cruda riflessione teorica che evince il lato emotivo dell’arte contemporanea in chiave diretta e sintetica: un unico gesto, ripetuto e sofferto, che consiste nel grattare il pavimento ricoperto da una patina d’argento. Sisifo è stata recentemente realizzata durante l’evento curato da Nicole Abler PerFOURmance – quattro installazioni performative presso la Kunsthalle Eurocenter di Lana (Bolzano) e ripropone in larga scala l’atto estremo di dichiarata povertà in cui i migranti ripongono speranza disperata. Comprando i gratta e vinci ed essendo statisticamente così improbabile arricchirsi con una vittoria, i meno abbienti della società di-vengono i moderni condannati della mitologia greca, successori di quel Sisifo costretto a trasportare una pietra in cima alla montagna per poi farla ricadere. Come liberare Sisifo dal suo destino? Come scrive Albert Camus, bisogna immaginare che egli sia felice (Il mito di Sisifo. Saggio sull’assurdo, 1942): consapevole, il suo gesto – per quanto inutile – sarà significativo ugualmente.
“I miei lavori sono pezzi di realtà, prendo un elemento alla volta e lo sviscero. Con la filosofia, la letteratura e la storia metto in discussione l’attualità e la politica superando il post-moderno.” afferma Riniolo. L’ingombrante cultura occidentale – come, del resto, Foucault – è infatti inevi-tabilmente e spontaneamente connessa all’arte di un giovane che ama definirsi europeo e che guarda lontano, che studia la mitologia dell’Antica Grecia e che spiega il futuro è che, sopratut-to, non conosce la paura di esporsi e di utilizzare l’arte come un efficace strumento di protesta e provocazione politica.


