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Scarpa, il Giappone, l’architettura

Ha inaugurato al Maxxi la mostra Carlo Scarpa e il Giappone, un progetto espositivo che attraverso prospetti, foto d’archivio e testimonianze odierne e passate tenta di analizzare lo stretto rapporto dell’architetto veneziano con il Sol Levante. La mostra apre al pubblico in contemporanea con l’esposizione The Japanese House, architettura e vita dal 1945 a oggi, scelta curatoriale che ancora più profondamente avvicina il visitatore alla tematica affrontata.

Nel tempo, molteplici sono state le riflessioni di colleghi e studiosi sulle ragioni del legame tra Scarpa e il Giappone, dal punto di vista architettonico, ma soprattutto filosofico e intellettuale. I rari materiali reperibili all’interno dell’Archivio Scarpa nelle Collezioni del Maxxi Architettura ed esposti per l’occasione, sono elementi che permettono di focalizzare ancor più concretamente e intimamente l’influenza della cultura giapponese sulle scelte dell’architetto veneziano. La mostra si apre con gli scatti realizzati da Gianni Berengo Gardin nel 1972, alla Tomba monumentale Brion, uno dei progetti architettonici più emblematici di questo rapporto. Il complesso funebre situato lungo l’originale confine del piccolo cimitero di San Vito, nella frazione d’Altivole in provincia di Treviso, è stato commissionato a Scarpa nel 1969 da Onorina Brion Tomasin per onorare il ricordo del defunto marito Giuseppe Brion, fondatore e proprietario della Brionvega. È stato eretto tra il 1970 e il 1978, due date importanti per il percorso di ricerca dell’architetto veneziano: nel 1969 la prima visita in Giappone, in occasione della rassegna del Furniture Design Italiano allestita da suo figlio Tobia su incarico della ditta Cassina; e nel 1978 realizza il suo viaggio a Sendai e proprio lì, a causa di un banale incidente, l’architetto troverà la morte.

Presente nella sua formazione, grazie allo studio di testi quali Ore giapponesi di Fosco Maraini e Taccuino giapponese di Mario Gromo, l’influenza nipponica diviene più visibile e forte nella sua progettazione dopo il 1969. Non mancano in mostra reperti e appunti relativi a questa esperienza: tra questi, gli scatti fotografici realizzati nelle città di Ise, Nara e Kyoto che mostrano un’attenzione da parte di Scarpa nei confronti degli incastri architettonici tipici della carpenteria nipponica, come anche l’avvicinamento agli haiku di Matsuo Bashō, poeta giapponese del periodo Edo (presente inoltre in allestimento La Pietà del Vento, video documentario di Stefano Croci e Silvia Siberini incentrato su il dialogo mai avvenuto tra il poeta giapponese e l’architetto italiano).

L’influenza della cultura giapponese sull’attività creativa di Scarpa è il risultato di un avvicinamento lento e profondo, che comprende suggestioni letterarie, tradizioni e filosofie. Durante una lezione tenuta nel 1976 allo Iuav di Venezia afferma: ”La cultura giapponese permette di raffinare il proprio spirito”. Le due interviste in mostra, all’architetto e allievo Guido Pietropoli e al figlio Tobia Scarpa, confermano attraverso aneddoti personali e riflessioni questo sentimento.

L’esposizione sposta poi l’attenzione sui progetti in cui più fortemente questa influenza si converte in forma. L’opera scarpiana viene raccontata attraverso tre temi, fondamentali anche per la progettazione nipponica: acqua-giardini, piani-spazi, forme-materiali. La prima sezione si concentra su un elemento imprescindibile per Scarpa: l’acqua. Nato a Venezia, riversa su questo elemento un’attenzione continua e una sensibilità particolare. L’acqua nell’architettura di Scarpa è materiale da manipolare e inserire in un articolato ma naturale schema di causa e effetto in cui essa si fa riflesso e luce per lo spazio interno ed esterno. Il suo scorrere si fa metafora del tempo e della vita, come vuole la tradizione giapponese che ispira anche i suoi giardini. Esempio di questa attitudine, il progetto del Padiglione del libro d’arte ai Giardini della Biennale di Venezia.

La sezione piani-spazi punta l’attenzione invece sulla similarità nell’architettura scarpiana, come nell’architettura nipponica, della sequenzialità degli spazi. Lo spazio giapponese viene costruito attraverso la sovrapposizione di molteplici piani bidimensionali e da una sequenza di ambienti in fluida relazione tra loro. Attitudine che trova la sua applicazione nel progetto scarpiano dell’Ambiente del Palazzo Centrale alla XXXIV Biennale di Venezia: uno spazio da attraversare ed esperire fisicamente, composto da un cavedio delimitato da setti dall’effetto traslucido che ricordano i pannelli in carta di riso degli interni domestici giapponesi. L’ultima sezione è dedicata alle forme-materiali, dettagli di costruzione a cui Scarpa, come un artigiano, dedica tutta la sua attenzione facendo si che il materiale diventi punto d’origine del progetto stesso. Il principio di fondo di questo modus operandi risiede in una progettazione che implica una conoscenza di forme e materiali e del rapporto tra i due che crea un’armonia tipica della tradizione nipponica.

Una mostra che permette un incontro intimo con l’attrazione di Scarpa nei confronti della cultura giapponese, un sentimento capace di influenzare la sua architettura come tanta arte pittorica e concettuale degli stessi anni.

Dal 9 novembre al 26 febbraio 2017, Maxxi, via Guido Reni 4A; info: www.fondazionemaxxi.it

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