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Italia, digitale

Un gruppo di 12 artisti, tutti italiani, tutti riuniti sotto uno stesso tetto, tutti a lavorare sullo stesso campo: il digitale. Succede a Brescia, precisamente nel Link Art Center, dove, in un percorso aperto fino al 19 novembre, Fabio Paris ha curato questa prima tappa, #Layers, di un più grande progetto Refresh. Marco Cadioli, Alessandro Capozzo, Alka Cappellazzo, Pier Giorgio De Pinto, Luca Grillo, IOCOSE, Kamilia Kard, Eva e Franco Mattes, Marco Mendeni, Filippo Minelli, Simone Monsi e Alice Palamenghi,  sono i nomi in mostra. È lo stesso Paris a spiegarci l’intera iniziativa.

Il Link Art Center ha inaugurato la prima tappa di Refresh. In cosa consiste il progetto?
«È un progetto d’indagine e aggiornamento in progress sull’arte contemporanea italiana che si confronta con i temi, i linguaggi, le forme emerse nel corso della svolta digitale che ha connotato gli ultimi vent’anni. Il titolo allude alla freschezza dei linguaggi e alla volontà di fornire un aggiornamento sugli sviluppi dell’arte. Il progetto prende la forma di un ciclo di mostre di medie dimensioni, collocabili in spazi differenti e con diversi curatori».

Questa prima mostra, da te curata, si chiama #Layers, a cosa fa riferimento questo nome e cosa dobbiamo aspettarci?
«La mostra raccoglie un gruppo di 12 artisti italiani all’insegna dell’hashtag #Layers. Nella sua voluta genericità, il titolo fa riferimento ai vari modi in cui la complessità del digitale si manifesta nei lavori presentati in mostra: la distinzione tra codice e interfaccia nell’arte generativa e nella glitch art; i livelli di un’immagine digitale; la stratificazione di tempi diversi negli archivi della memoria digitale; la distinzione tra pubblico e privato, materiale e immateriale, visibile e invisibile. A partire dagli anni Novanta, Internet ha cambiato a più livelli il corso dell’arte: introducendo nuovi generi e pratiche artistiche, favorendo la creazione di network collaborativi e la creazione di opere interattive e partecipative, e collegando tra di loro i mondi dell’arte globale.
In un certo senso, internet ha reso tutti artisti. La tecnologia ha aperto nuove strade per la creatività, ha democratizzato la creazione e la distribuzione delle immagini. Questo pone all’arte nuove sfide. Come interagiscono gli artisti con le trasformazioni sociali e culturali introdotte dal web? Come si relazionano con i big data, la cloud, la fine della privacy, i processi generativi, la corruzione dei dati digitali, l’infinite scrolling e tutto ciò che riguarda l’esistere in rete? A questo cerchiamo di rispondere con questa mostra.
#Layers è il mio punto di vista, aggiornato a oggi, su alcune delle stratificazioni che caratterizzano l’arte digitale italiana recente. Ho individuato artisti appartenenti almeno a tre generazioni diverse, che con approcci molto distanti utilizzano diversi dispositivi, diverse tecniche, diversi linguaggi, ma con un filo conduttore comune. Con ciascuno di loro ho intrattenuto un dialogo costruttivo, e ho chiesto un’opera concepita appositamente per la mostra».

Anche le prossime tappe vedranno la partecipazione di tutti artisti italiani? A cosa è dovuta questa scelta in #Layers?
«Quando lavoriamo all’estero capita spesso che ci chiedano chi siano gli artisti attivi sulla scena digitale italiana: fatto salvo quei pochi che sono emigrati e che si sono ritagliati uno spazio nel sistema dell’arte internazionale, gli altri sono poco noti. La visibilità degli artisti italiani all’estero è vicina allo zero, e questo dimostra l’arretratezza del sistema dell’arte italiano, il suo provincialismo, la mancanza di un adeguato sistema di promozione. Con la mostra, ci siamo limitati ad assumerci una responsabilità che molti già ci attribuivano: quella di organizzare attorno a un fulcro gli sforzi individuali e dispersi di tanti artisti italiani, e di promuoverli su una piattaforma internazionale. Le mostre del ciclo sono anche una vetrina sull’arte italiana per l’estero, grazie al loro catalogo bilingue e agli sforzi che stiamo facendo per invitare curatori internazionali a visitarle».

Il Link Art Center è una delle poche realtà italiane a interessarsi in modo pressoché totale all’arte digitale. A cosa è dovuta secondo te questa scarsa attenzione?
«Ho già fatto riferimento al provincialismo e all’arretratezza del sistema dell’arte italiano. Aggiungerei anche il fatto che, storicamente, in Europa e nel mondo una tradizione di ”arte digitale” ha potuto svilupparsi grazie a un sistema parallelo di festival e centri specializzati, sostenuti da privati o da una struttura di finanziamenti statali parallelo a quello delle arti visive. Questo ha potuto creare quel sostrato culturale che, oggi, consente all’arte digitale di essere maggiormente presente, a livello internazionale, anche nel mondo dell’arte contemporanea. In Italia, tutto questo è, da sempre, completamente assente».

L’ arte digitale, sembra rimanere un fenomeno di nicchia o comunque di appassionati, esperti, riuscendo raramente a raggiungere il pubblico. Perché? Può dipendere dalla difficoltà nel conquistarsi importanti fette di mercato in relazione forse alla quasi impossibilità per l’arte digitale di farsi vendibile?
«Il digitale pone indubbiamente delle sfide a un mondo, quello dell’arte contemporanea, ancora fondato su un mercato della scarsità e del lusso, sul museo e sul collezionismo privato. Ma detto questo, laddove si è riconosciuta la portata del suo impatto culturale sulla contemporaneità, l’arte digitale è uscita dalla nicchia raggiungendo posizioni di assoluto rilievo. Pensa alla Biennale di Berlino, curata da DIS Magazine; a Surround Audience, la Triennale del New Museum, curata nel 2015 da Lauren Cornell e Ryan Trecartin; a Stefan Simchowitz, il turbolento agitatore del mercato dell’arte, che porta la sua pupilla Petra Cortright su un palmo di mano.
A livello internazionale, negli ultimi anni non si è fatto altro che parlare della (discutibilissima) definizione di post internet. Una fascia alta di artisti emersi con la seconda generazione della net art si è posizionata bene nel mondo dell’arte, e ne ha condizionato i dibattiti. Alcuni pionieri del digitale di generazioni differenti, da Manfred Mohr a Ryoji Ikeda a Rafael Lozano-Hemmer, occupano una posizione solida sia a livello istituzionale che di mercato. È la prova che, una volta riconosciuta la portata culturale del fenomeno, le difficoltà di mercificazione si superano.
L’ingresso dell’arte digitale nel mercato – come in passato è accaduto per performance, fotografia e video – ha consentito di studiare soluzioni per adattarla al sistema convenzionale dell’edizione o del pezzo unico. Un file può essere tradotto in un artefatto fisico, che sia stampa o scultura o installazione, venduto come unico o in edizione. Con un contratto che sancisce il legame indissolubile tra dominio e contenuto, e il dovere del collezionista di mantenerlo online, un sito internet diventa un pezzo unico, pur restando un’opera d’arte pubblicamente fruibile».

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