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Canto, Concrete Archive

Il valore di un archivio non risiede tanto nella sua grandezza, quanto nell’efficacia di ciò che al suo interno preserva, nella effettiva salvaguardia collettiva di qualcosa che va tutelato. Al giorno d’oggi, secondo Stefano Canto, nulla va più tutelato del nostro presente che proprio in virtù della velocità e della superficialità con cui viene vissuto, si è meritato l’epiteto di modernità liquida (dal trattato del sociologo Zygmunt Bauman, 2000). La Galleria Matèria presenta la personale di questo artista (Roma, 1987) che vive lavora in Italia ma le cui opere sono state presenti anche in alcune esposizioni internazionali, come la Biennale di Dakar nel 2016, la Biennale di Kochi Muziris (India) nel 2014 e alla Corpo 6 Gallery di Berlino nel 2012.

Concrete Archive, aperta fino al 30 luglio, ospita all’interno due diversi gruppi di opere, la serie Epoca n°731, 736 e alcuni nuovi lavori del 2016 appartenenti all’ampio progetto Archeologia dell’Effimero. La prima serie è composta da dieci opere in cemento sulle quali vengono impressionate le immagini originali del celebre periodico stampato in Italia fino al 1997, da cui l’artista riprende il titolo. Le figure e i colori appaiono parzialmente sulla superficie, dando solo un accenno dell’immagine completa, come un fossile la cui impronta offre solo un’idea parziale di ciò che un tempo era vivo. L’idea è catturare un frammento di storia e di cultura rendendola durevole nel tempo e lasciando che l’artista divenga un creatore di reperti archeologici contemporanei. I lavori di Archeologia dell’Effimero sono invece sculture in polvere di cemento tenuta insieme dal ghiaccio che, sciogliendosi, modifica la materia rendendola stabile ma al suo interno vuota; ogni scultura assume una forma diversa in base alla casualità dello scioglimento. Anche qui si crea un movimento sincronico fra la sottrazione di un elemento (il ghiaccio) e la modificazione di un altro, il cui risultato è proprio una testimonianza tangibile di ciò che è destinato a cambiare all’infinito. La cristallizzazione della memoria e la materializzazione del consumarsi creano l’archivio di opere concrete che dà vita alla mostra, il cui titolo racchiude con efficacia i due gruppi, offrendo al pubblico una situazione in cui è solo la solidità della materia a mantenere intatto e visibile ciò che è stato creato dalla mano dell’uomo e ciò che forma ancora il suo presente.

Canto nasce architetto per poi divenire un artista interessato alle dinamiche causate dalle odierne trasformazioni ossessive e dalla mancanza di stabilità sotto ogni punto di vista; come architetto, questo problema viene riscontrato nelle trasformazioni del paesaggio, il quale viene modificato costantemente ma che al tempo stesso costituisce una testimonianza di ciò che l’uomo ha lasciato perché ossessionato dalla velocità con cui bisogno e tendenza modificano ogni aspetto vitale. Canto traspone questa condizione sulle sue opere d’arte, create proprio con materiali da costruzione, per rafforzare il legame tra archeologia dell’effimero votata o al processo urbano, o a quello artistico. L’uso di questi materiali mette in luce anche la questione della digitalizzazione forzata di ogni cosa, visto non come un’opportunità ma come uno smantellamento della memoria, della praticità e anche della privacy, quando invece, come dimostrano le opere (e gli eco-mostri lasciati a deteriorarsi nei paesaggi), sono le cose create con la materia che permangono nella storia e nella civiltà. Del resto, nulla si distrugge ma tutto è destinato a cambiare.

Dal 23 giugno al 30 luglio; Galleria Matèria, via Tiburtina 149, Roma; info www.materiagallery.com

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