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Miguel Rosciano, Macropsia

La tela è uno stato sentimentale per Miguel Rosciano. Non un semplice oggetto. È una questione di tempo, come sempre più raramente succede, trasformare un pezzo di juta bianca in un’opera d’arte. È quanto chi impugna i pennelli è disposto a osservare: una linea appena tracciata prima di realizzarne un’altra. È il tempo che Rosciano impiega davanti al bianco a fare di quella tela un sentimento, un lavoro che stratifica emozioni nascoste dietro ogni pennellata perché è il tempo, nella tela come nei rapporti umani, a costruire un rapporto. Chi riesce ad accettarlo nella vita come nell’arte non ha alcun motivo di avere fretta. E Rosciano, filtrato dalla cornetta del telefono, insieme al suo composto accento venezuelano, lo dice: «Ci vuole tempo per fare un lavoro. Il tempo per realizzarlo è fondamentale per creare un approccio temporale e fisico con l’opera che si sta ultimando».

Non è difficile ritrovare queste parole riflesse nella contenuta brillantezza dell’olio steso nelle sue tele. Un iperrealismo che solo a un primo sguardo può apparire fine a se stesso, sterile rappresentazione fotografica della realtà. Sovverte, invece, proprio il concetto di rappresentazione nel fingere un reale che come nei collage e nei trompe l’oeil cubisti ha il solo scopo di ingannare lo spettatore. Come spesso succede, più di tante parole basta un’immagine. E l’occasione è il 15 marzo e da lì una settimana per vedere dal vivo i lavori di Rosciano ospitati all’Adnkronos museum nella mostra Macropsia. Venti tele scelte dalla sua ultima produzione, una selezione che offre uno spaccato sul mondo dell’artista. «Ho cambiato il mio modo di dipingere quando sono arrivato a Roma – continua Rosicano – dal Venezuela. Qui c’è una cultura diversa, le persone sono diverse e la luce certo non è la stessa. I miei lavori ne hanno risentito e non posso dire che sono uguali a quelli che facevo ma non posso affermare neanche che sono diversi. Credo di aver mantenuto una sorta di continuità involontaria che fa questi dipinti diversi ma simili da quelli del mio passato».

Ma è nei disegni che emerge con più facilità l’influenza che Picasso ha avuto su Rosciano, tratti sintetici al limite del monocromatico tagliano il foglio definendo immagini a metà fra il reale e la distorsione cubista. Un immaginario fantastico che sfocia nel magico, attraverso acquarelli i cui colori lasciano il compito di descrivere il mondo per riempire una realtà solo in parte sognata. E poi, certo, la tecnica: «è sottovalutata – ammette – ma è l’esperienza di vita dell’artista, il modo in cui guarda il mondo». Un’eterogeneità non solo di stili ma anche di temi che porta l’artista a sperimentare il ritratto: «ma – conclude Rosciano dall’altro lato della cornetta – preferisco chiamarle persone, ritratti non mi piace, per me rimangono sempre persone».

Info: www.miguelrosciano.com

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