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Intervista a Dammone Sessa

La tensione costante verso l’armonia formale è la cifra fondamentale del procedere artistico di Sebastiano Dammone Sessa. Le forme geometriche rigorose che contraddistinguono il suo lavoro non sono tanto il sintomo di una ricerca dell’ordine, quanto, come spiega lui stesso, dell’armonia compositiva: «Sono sempre stato attratto dalla forma quadrata, dal modulo quadrato, sinonimo di misura, espressione di perfezione numerica, un canone stabile ed essenziale, da sempre usato dai grandi maestri della pittura e dell’architettura». I suoi sono affascinanti lavori ibridi: pitture che cercano una terza dimensione che superi la tradizionale bidimensionalità della tela, giocando con lo spazio e costruendo architetture che di primo acchito ricordano la lezione fredda e razionale del minimalismo americano ma da esso si distanziano per la scelta dei materiali, legno e carta in primis che va rintracciata nei ricordi dell’infanzia. «Mia madre – confessa l’artista – lavorava in una cartiera e ricordo che da bambino avevo sempre dei fogli bellissimi dalla forma strana su cui disegnare. Data l’abbondanza di materiale, mi divertivo a fare dei collage, combinandoli poi successivamente tra loro, era un gioco che adoravo fare, in realtà ho capito molto tempo dopo che quei fogli dalla forma irregolare o macchiati dal tempo erano scarti di produzione destinati al macero. A quell’età, andavo spesso a trovare un artigiano che lavorava il legno, ero affascinato da quel posto angusto e polveroso pieno di attrezzi strani e affilati. C’era sempre qualcosa di nuovo, di diverso, e puntualmente uscivo da lì con qualche piccolo pezzo di legno, un ritaglio o uno scarto dalla forma strana, che prontamente portavo a casa per i miei giochi. Considero il legno e la carta materiali nobili, caldi e per certi versi vivi».

Il forte richiamo affettivo che lega l’artista ai supporti fisici adoperati per la realizzazione delle sue creazioni è ben chiaro e visibile anche nell’opera Appunti, che gli è valsa il Premio Speciale Culturalia del Talent Prize 2015. «Ancora una volta tutto nasce e si autoalimenta partendo dal supporto – spiega l’artista – fedele custode pronto a raccogliere non senza qualche lamentela le mie confessioni. Supporto che si affaccia quasi perfetto in un mondo imperfetto, e che rivendica la sua unicità con disarmante insolenza. Strutture multiformi, sagomate dal tempo, incise, consumate o ancora accuratamente levigate, lisciate, diverse sempre l’una dall’altra quasi a voler testimoniare le infinite possibilità che la vita ci propone per poi chiederci di sceglierne una sola. Non escludo nulla – continua – preferisco seguire l’istinto cercando di non farmi condizionare, aguzzo l’occhio e osservo. Sono attratto dalle imperfezioni, le trovo suggestive, le cerco nei materiali, nella carta, a volte le provoco deliberatamente per poi saturarle, cicatrizzarle attraverso il colore o la materia, quasi a voler rimediare al danno fatto volontariamente un attimo prima. Rimane però sempre la cicatrice, una traccia, un’indicazione di questa sofferenza, la testimonianza di un qualcosa che è accaduto un qualche tempo fa. Cercavo una forma di scrittura che potesse fisicamente ricordarmi questa riflessione. Cercavo – conclude – un pretesto per rompere l’equilibrio delle cose per poi successivamente ricomporlo, seguendo le regole della gravità, un codice chiaro in grado di dissipare tutti gli ostacoli tra me e l’opera che sarà, tra questa e il fruitore».

PROGETTI
I lavori di Sebastiano Dammone Sessa sono difficilmente riconducibili a una categoria espressiva tradizionale. La sua è un pittura di derivazione informale e astrattista, in cui il supporto utilizzato è tanto importante quanto il segno e il colore, se non di più, e che tende spasmodicamente alla tridimensionalità e all’armonia formale della scultura. Ed è proprio verso queste metamorfosi volumetriche che si sta indirizzando sempre più chiaramente la sua ricerca: «Ho in mente alcuni lavori maggiormente orientati verso la scultura, carte, legni o metalli che assumono la forma di volumi, diventando supporto per una pittura, facendola vivere in una dimensione scultorea. La materia, il colore e la forma sono rilette attraverso l’azione manuale di una torsione che configura forme ai limiti dell’organico, poi altri progetti e collaborazioni che ancora non è il caso di svelare».

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