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Una Biennale ad Asmara per ridare pace all’Eritrea

L’Eritrea è un Paese emarginato e dimenticato, vittima di un clamoroso caso di disinformazione internazionale orchestrato dall’Etiopia, col sostegno del suo alleato principale, gli Stati Unti, e nell’indifferenza dell’Europa. La verità, che nessuno racconta, ha origine dalla guerra tra Etiopia ed Eritrea. Un conflitto decennale conclusosi con gli accordi di Algeri del 2000, sanciti da una risoluzione dell’Onu del 2002. Ma il governo di Addis Abeba non ha mai lasciato i territori eritrei di Badammè indebitamente occupati e non ha mai rispettato la risoluzione Onu. Così lo stato di guerra è continuato e da allora continua. Da 16 anni la grande Etiopia, con il consenso dei suoi potenti alleati, ha deciso di schiacciare la piccola Eritrea non rispettando gli accordi di pace, tenendola in un perenne stato di allerta militare e condannandola all’isolamento.
Una guerra combattuta non più con le armi ma imponendo insicurezza e povertà. Questa è una ricostruzione dei fatti lampante e facilmente documentabile che tuttavia non ha impedito a quel giornalismo che visita i Paesi con Google earth e che si affida alle veline più che hai propri occhi e al proprio mestiere di dipingere l’Eritrea per quella che di fatto non è, portandola negli anni all’emarginazione più estrema.

Lo dico a scanso di fraintendimenti: in Eritrea non esiste una democrazia come la intendiamo noi; con le elezioni, la presenza di diversi partiti politici e con tutte le libertà a cui siamo abituati. Ma non si può non tenere conto del fatto che le viene imposta una situazione né di pace e né guerra che impedisce una piena normalità democratica. E ad un Paese che versa in uno stato del genere, per altro comune a moltissimi altri stati dell’Africa e del Medio Oriente, molti dei quali alleati ed amici di Usa e Ue e in quanto tali protetti ed osannati, si può chiedere maggiore democrazia e rispetto dei diritti umani quando il nemico è all’uscio, quando l’intero mondo ti ha escluso e dimenticato? Si può tentare di ridurre alla fame un intero popolo perché non rispetta le convenzioni internazionali quando il suo nemico è il primo che non le ha rispettate? No, non si può. Perché la democrazia è un lusso che non ti puoi permettere quando l’intera popolazione dorme con il Kalashnikov sotto il cuscino temendo di essere invaso da un momento all’altro. È una questione di priorità. Quante democrazie incompiute ci sono al mondo e quante in Africa? A tutte queste è toccata l’emarginazione inflitta all’Eritrea? Nossignore.

L’Eritrea è finita così non per le sue colpe ma soltanto per volontà dei suoi nemici. Del resto oltre alle esplicite dichiarazioni del Presidente Barak Obama in favore delle sanzioni internazionali contro Asmara e del sostegno Usa all’Etiopia, è sufficiente smanettare un po’ su Wikileaks per trovare prove della strategia di Addis Abeba e Washington. Ad esempio quando nell’agosto del 2013 si apprese che la Cia e i servizi Etiopici sostenevano le forze d’opposizione eritree al fine di rovesciare il governo di Isaias Afewerki. E che le sanzioni imposte ad Asmara per un supposto sostegno al terrorismo somalo fossero una bufala lo dicono in tanti. Ad esempio l’ex ambasciatore italiano Cesare Maria Ragaglini che, commentando il rapporto che portò alle sanzioni, parlò di ”informazioni fuorvianti e violazioni dell’embargo sulle armi non documentate”. La Russia invece definì il rapporto come frutto di ”conclusioni biasimevoli e senza base”, mentre ancora più esplicito fu il direttore del Peace Building Center of the Horn of Africa, Taiser Ali: «L’Eritrea – disse – è il Paese più incompreso al mondo». E poi c’è tutta la narrativa del discredito sui profughi e sulla libertà di stampa. Certo chi può scappa dal Paese. Lo fanno tutti i diseredati del mondo, lo fanno anche gli eritrei che fuggono dalla guerra e dalla povertà.

La speculazione sulla diaspora eritrea tuttavia è forse il punto più infame della campagna di disinformazione organizzata per colpire Asmara. È stato infatti orchestrato un sistema per il quale ogni rifugiato africano che si dice eritreo, perseguitato politico, e, meglio ancora, se dichiara di essere stato torturato o violentato, automaticamente acquisisce lo status di rifugiato e con esso il visto d’ingresso in Europa. I trafficanti d’uomini sono i primi a spiegare questo trucco. Ecco perché tutti gli eritrei in fuga raccontano storie terribili, ecco perché si è accertato che tanti ”rifugiati” eritrei in realtà sono somali o addirittura etiopi. Il che spiega come la diabolica macchinazione ordita contro Asmara abbia tratto in inganno anche tante organizzazioni umanitarie che vigilano sui profughi. Anche la religione ha il suo peso. Afewerki difende da sempre la laicità dello stato per evitare che tensioni religiose creino ulteriori problemi ad un Paese la cui popolazione è al 65 % cristiana (coopta) e al 35 % musulmana (sunnita). Ha così bandito ogni forma di nuovo proselitismo. Il che ha fatto sì che la convivenza pacifica nel suo Paese continuasse ma ha anche provocato le ire tanto dei cattolici (ad esempio i padri comboniani) che dei sunniti (l’Arabia voleva aprire nuove madrasse in cambio di nuovi finanziamenti).

Nel suo complesso dunque questa strategia del dileggio sistematico ha dipinto agli occhi del mondo l’Eritrea per quello che non è. Il che ha acuito i problemi storici del Paese e bloccato il processo di democratizzazione avviato nel 1993. Nonostante questo l’Eritrea ha compiuto straordinari passi in avanti. Dal 1991 al 2014 la popolazione con accesso all’acqua è passata dal 14 al 80 %, l’occupazione dal 30 all’80 %, la vaccinazione dei bambini con meno di un anno è passata dal 76 al 99 %. Sono stati realizzati 350 tra ospedali e presìdi medici e sviluppati in tutto il paese sistemi di irrigazione creati grazie a dighe di varie dimensioni. Insomma nonostante la guerra, le sanzioni e l’isolamento internazionale il Paese è cresciuto, avviando un sistema di crescita solidale. Anche la libertà di stampa, che secondo la vulgata prevalente vorrebbe l’Eritrea all’ultimo posto (anche dopo la Corea del Nord!), appare come un problema ingigantito ad arte. In tutti questi anni sono più volte spuntati fogli gestiti dall’opposizione salvo poi scoprire in più di una circostanza come questa ”libera stampa” fosse in realtà al soldo di Addis Abeba.

Anche in questo caso siamo in una situazione di anormalità, ma certo non per come viene dipinta. Personalmente anzi posso testimoniare un’esperienza positiva: ho ottenuto il visto in due giorni e una volta in Eritrea ho potuto muovermi a piacimento per tutto il Paese intervistando chi volevo. Infine una parola su quella che mi è apparsa come la bugia più grande. L’Eritrea sul web e su molta stampa viene dipinto come un luogo violento ed insicuro. Nulla di più falso. In sette giorni ho girato per Asmara, Massaua e Keren. Ho visitato dighe nel deserto e villaggi remoti, la fabbrica di cemento Gedem e la Miniera di Bisha. In tutto ho incontrato due vigili urbani, altri due con la moto, e una sola guardia armata. Niente blindati, niente militari. Mai una sensazione di fastidio, tanto meno di pericolo. Ho fotografato di tutto ed un collega operatore, Marco Monti, ha addirittura fatto levare un videodrone nei cieli di Asmara. Nessuno ci ha detto niente. La gente è poi di una compostezza e di una dignità che non ha uguali. È dunque ora che gli Stati Uniti (magari con il nuova presidente Hilary Clinton, se ce la farà) e l’Europa della Merkel (che ha già mandato Gerd Muller, il suo ministro per la cooperazione) rimettano le cose a posto.

Se l’Etiopia rispetterà i trattati di pace e si ritirerà da Badammè, Afewerki non avrà altri alibi e dovrà rimettere in moto il processo di democratizzazione che pure, nei suoi primi anni di governo, aveva provato ad avviare. Con la pace ritrovata, si potrà e dovrà ridiscutere dell’agognato accesso al mare per l’Etiopia e dare normalità e prospettiva all’intera area del corno d’Africa. Il che, con una penisola arabica in pericoloso fermento e il fenomeno Isis da arginare e controllare in tutto il Medio Oriente e in nord Africa, non sarebbe un risultato banale.
Per favorire un processo di pace di questa portata una parte determinante la potrebbero giocare Papa Francesco, così come ha fatto con Cuba, e Matteo Renzi, il cui ruolo internazionale può e deve crescere. Le infrastrutture e la bellissima edilizia che abbiamo lasciato in Eritrea hanno mantenuto saldo il legame con l’Italia. Ma la vera chiave di svolta potrebbe essere la cultura, una delle armi più potenti che l’umanità abbia a disposizione.

Ed è per questo che ho deciso di pubblicare su Inside Art le mie impressioni complessive sul viaggio in Eritrea insieme ad una proposta. Che è questa: mi piacerebbe che si organizzasse ad Asmara una Biennale d’Arte Contemporanea, con gli street artist in prima linea. È una città che si presta benissimo. Sarebbe un modo rapido e forte di rompere l’isolamento, di dimostrare che c’è libertà e di gridare al mondo la voglia di normalità di un popolo meraviglioso qual è quello eritreo. Sarebbe un modo di riaprire alla comunità internazionale le porte di un territorio splendido. Sono sicuro che il sistema dell’arte accoglierebbe con entusiasmo questa idea. Vedremo che ne pensano ad Asmara…

 

 

 

Commenti

  • Mario Ruffin

    Ho inviato un commento confermante tutto ciò che ha scritto Talarico. Assieme ho presentato il mio libro che conferma tutto per tutto. Come mai non appare?

  • bruno

    Complimenti a questo giornalista coraggioso, che non ha atteso la famosa conferma del detto “il diavolo (USA/Etiopia) fa le pentole, ma non i coperchi”. Si capisce che la testimonianza e’ stata fatta sul posto, ho avuto modo di constatarlo anc’h'io. Geniale l’idea di contribuire alla visibilita’ di quanto scritto, attraverso l’atre (biennale).
    Auguri sinceri.