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Wonder, Vincenzo Simone

Gli arredi cheap dell’Italia che si rinfresca sui balconi, sotto l’afa cittadina e nei giardini bruciacchiati dal sole, possono contenere inaspettate contaminazioni di mondi altri. Così Wonders, personale di Vincevo Simone nella galleria Operativa di Roma, presenta pitture dalla forte intensità materica che spiazzano lo spettatore circondate da un gioco surreale di plastica e neon.

Iniziamo dal passato:come nasce il tuo legame con la pittura?
«Beh, è un legame nato diciamo quasi per gioco, avevo sedici anni quando mi regalarono la prima tela e dei colori a olio. Fu un momento magico, avevo a disposizione un rettangolo bianco dove potevo fare tutto quello che volevo».

Lo studio delle potenzialità espressive della pittura è il centro della tua ricerca e si realizza spesso nelle contaminazioni con diversi materiali, in particolare e più recentemente la plastica. Dove hanno origine queste contaminazioni e come la mostra da Operativa?

«I diversi materiali che utilizzo, servono spesso a concretizzare un pensiero ben preciso, un sapore. Non mi piace avere dei limiti, penso che in arte sia possibile tutto, e allo stesso tempo il contrario di tutto. La prima volta che ho dipinto su plastica è stato a Milano per una mostra che ho fatto come chiusura di una residenza allo spazio Gaff. Ho dipinto un grande paesaggio su uno di quei tendoni plastici verdi che spesso vengono utilizzati nei mercati per coprire le bancarelle dalla pioggia; mi piaceva l’idea che quella cosa così brutta, potesse raccontare un paesaggio, e che potesse poi anche essere spostato, accartocciato, tirato. Quando ho ricevuto l’invito per la personale a Roma, ho pensato che sarebbe stato importante fare una mostra in cui questo aspetto del mio operato poteva venir fuori. Ho ripreso un lavoro appunto su piscina che avevo eseguito tempo addietro e ho deciso di trasformarlo in elemento fondante di tutta la mostra. Quindi ho riempito la galleria di piscine gonfiabili dipinte. Mi piaceva l’idea di vedere dei gonfiabili in uno spazio bianco con luci al neon, di solito li vediamo sotto il sole o nelle verande di una casa al mare. Piscine gonfiabili di plastica come cornici, acqua come specchio riflesso, e a sua volta come pittura».

La costruzione dell’incanto e il tempo dell’infanzia sono la materia che muove la tua arte oppure sono le dimensioni oniriche a cui tendi?

«A questa domanda vorrei risponderti con le parole di Mario Schifano: 
”Con la tela bianca lì davanti, cerco di avere un approccio iniziale molto naturale, molto semplice, molto istintivo, un poco naif, poi è il mio personale modo di essere pittore che emerge, e si impone e comincia a ordinare il tutto sulla spinta del gesto verso un qualcosa che diventa via via elaborazione pensata, culturale. Mi piace trovare nel mio approccio al dipingere, qualcosa di molto animale, voglio dire l’eleganza, la fulmineità dei movimenti che gli animali hanno. Uno stato di grazia innato ecco. Lo stato di grazia, di ciò che è meravigliosamente funzionale. Dipingendo, gioco ad adeguarmi a questa metamorfosi’’».

Guidare lo spettatore attraverso il surreale e l’inaspettato è un’ alchimia che spesso metti in atto nelle tue mostre, declinando di volta in volta nuovi legami con la pratica pittorica. Fare pittura oggi significa innovare?

«Per quanto mi riguarda, non ho mai sentito l’esigenza di innovare qualcosa, piuttosto la necessità di fare i conti con ciò che culturalmente mi appartiene, con chi prima di me ha detto la sua. Dal canto mio posso solo vantare la fortuna di vivere nel 2015, quasi 2016, è lì che risiede il tanto agognato dibattito del contemporaneo o meno, dell’innovare o meno. Del resto le piscine possono esser anche viste come dei semplici tondi con delle cornici in plastica».

Stai già pensando a una nuova mostra? Quali sono i tuoi progetti per il 2016?

«Sì, ci sono un paio di cose in cantiere, ma preferisco non raccontarle prima».

Fino al 29 febbraio; Operativa arte contemporanea, via del Consolato 10, Roma; info: www.operativa-arte.com

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