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Letter to a Man

Chi conosce Bob Wilson, come lavora, la sua abilità nel plasmare la luce e lo spazio scenico (grande o piccolo che sia) sa che spari assordanti, flash, fermo immagini e musica da voudeville possono essere normali. Come normali appaiono in lontananza costanti e fastidiosi scricchiolii, che inquadrano bene lo sgretolarsi dell’anima di Vaslav Nijinsky, cronaca della discesa agli inferi di colui che viene considerato il più grande ballerino e coreografo dell’ultimo secolo, all’origine della fama dei Ballets Russes di Sergej Diaghilev. Una vorticosa danza interpretata da questa personalità follemente lucida e dai suoi fantasmi, Letter to a Man è uno spettacolo che vede di nuovo insieme Mikhail Baryshnikov e Robert Wilson, alla loro seconda collaborazione artistica dopo il successo di The Old Woman (con Willem Defoe).

Nel 1919, sulla soglia della malattia, Nižinskij scrisse tre quaderni conosciuti come i Diari, che mostrano con grande candore il fragile equilibrio psichico dell’artista; tra le pagine egli racconta del contatto degli uomini con la natura e con l’universo, dell’amore per gli animali, vengono esplicitate alcune incomprensioni con la moglie e con i genitori di lei, il suo amore per tutta l’umanità; elemento fondamentale è il dialogo tra sè con una seconda parte della sua personalità che viene designata come “Dio”, entità che vive dentro di lui e che ha il potere di decidere ogni sua mossa. Come sempre accade nei lavori di Wilson, i movimenti, il testo, le luci, lo spazio e la musica sono parti uguali della stessa composizione poetica, in cui, come egli stesso afferma, “tutto il teatro è danza”. Infatti, il dialogo interiore, sofferto e ossessivo, si legge bene nelle frasi che si ripetono all’infinito, in inglese e in russo, fino ad incepparsi, come un meccanismo che si è rotto e non riesce più ad avanzare nel modo corretto; l’artista, tra ricordi e realtà, finisce a danzare tra le nebbie e ad improvvisare uno spericolato volteggio sull’orlo di un precipizio, un riferimento a quella normalità portata sempre al limite dalla schizofrenia. Nell’instabile disegno rigorosamente architettato da Wilson, la figura di Baryshnikov/ Nijinsky emerge con doloroso candore, tra pareti asettiche come in un ospedale, fessure attraversate da lampi di luce e voci che si sovrappongono creando un delirio di emozioni e sensazioni.

Terribilmente lucido verso la sua condizione e la realtà in rivolta che lo circondava, e allo stesso tempo oppresso da ricordi di un mondo in fermento, Nijinsky ci fa percepire la sua ostilità verso l’intelletto e la sua pulsazione vitale che sfocerà in una tensione distruttiva quando si scontra con la figura decadente di Diaghilev, suo mentore, amante, stregone. Non è uno spettacolo facile, non è nemmeno uno spettacolo gradevole, Letter to a Man, ma è uno spettacolo pungente, fastidioso, disturbante. La follia umana, quella che ti mette di fronte agli occhi le paure che appartengono a tutti noi, quella che esalta le nostre debolezze da esseri umani, magari troppo fragili o sensibili, quella follia non è mai piacevole a vedersi; la gente normalmente fugge da quelle situazioni, le ignora, fa finta che non esistano. Uno specchio al quale siamo tutti affacciati, in realtà. E un eco che non smette mai, lontano, potente, martellante, che riporta alla giusta misura il tutto: “Non sono Dio, sono Nijinsky”…“Non sono Dio, sono Nijinsky”…“Non sono Dio, sono Nijinsky”…

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