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Pangea, Geografie dell’altrove

Striato, iridato, multicolore, tigrato damascato, cangiante, zebrato, zigrinato, ocellato; e ancora, eterogeneo, composito, mulatto, incrociato…: sono gli aggettivi usati da Michel Serres per descrivere il mantello di Arlecchino e il corpo di lui – tatuato, carta geografica, mappamondo anch’esso, perché Arlecchino ha molto viaggiato e porta sulla pelle le tracce del suo peregrinare – quelli che vorremmo prendere in prestito per provare a tradurre in parole il lavoro di un artista (e quello che qui si presenta in particolare, “Pangea”) per dichiarata scelta di campo del suo autore irriducibile al linguaggio verbale.

Abbiamo altrove sottolineato la vocazione di Veronica Montanino – vocazione che si esercita per mezzo di un metodo che è al tempo stesso sperimentazione, per renderlo, quel metodo, una prassi libera e sempre rinnovata – a dipingere “alla maniera della natura”, per allontanare il pensiero cosciente come attività separata e antecedente a un fare che diviene, in tal modo, pensare esso stesso e mai eseguire. Tutto ciò che figura nella “tavolozza” di Montanino –il decorativo, il primitivo, il pop, il kitch, il remix, il bricolage, l’uso stesso del colore – serve a combattere la freddezza e l’aridità dell’opera-progetto, quella “pensata a tavolino”, come pure ad evadere le prigioni del pensiero funzionale, della ragione strumentale e del linguaggio propri del mondo “adulto”. Tra le caratteristiche di questo dipingere “alla maniera della natura” indicavamo il “dispendio”, quello che la varietà delle ali della farfalla – a detta di Caillois – ci esemplifica, e che non sottostà alle sole regole della funzione o della evoluzione strictu sensu. È l’inutilità, la gratuità, la vitalità, l’esuberanza, l’abbondanza, l’eccedenza di colori e forme, colori che si fanno forme e forme che si fanno colore, che l’artista mette in campo. Ma è anche un dispendio che si esercita nella dimensione del tempo. La dépense si fa fatica, lavoro certosino, paziente, ripetitivo, quasi trance; è ricamo, tessitura, trama (in questo senso all’elenco sopracitato si potrebbe aggiungere la categoria del “femminile”), che la Veronica-Penelope monta e smonta in un sommarsi di strati dove ogni nuovo leyer si aggiunge per cancellare, negare, nascondere, camuffare il “senso” e le storie di quello che lo precede, in un gioco potenzialmente infinito, dove tutto sempre si rimescola. Ha ragione Giancotti a parlare di “opera aperta”. Non solo ogni parte è tutto, e viceversa, ma niente è mai finito una volta per tutte. Pangea non avrà mai due volte la stessa forma come non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. Installazione ricombinabile, estendibile e riducibile, Pangea può assumere mille e una configurazione, perfino tornare sulle pareti da cui è scesa e farsi nuovamente “tavola”, o smembrarsi, per divenire il punto di partenza di nuovi viaggi, installazioni, assemblaggi. Veronica Montanino cola il colore goccia a goccia (la tecnica di colare il colore tenendo la tela in orizzontale si chiama dripping); poi lascia che il questo asciughi, sedimenti, e ricomincia, in un ciclo che non prevede mai la propria fine che vede l’alternarsi di secco e umido, vita e morte. Solo il mercato e il collezionismo possono interrompere questo processo decretando la compiutezza di un lavoro. Perché una cosa è certa: se un’opera rimane alla portata di questo artista ipertrofico, prima o poi, subirà delle mutazioni!

Installazione ambientale e scultura abitabile Pangea è un social table a scala urbana che celebra i temi dell’accoglienza, dell’incontro, della partecipazione, del convivio. L’opera guarda al continente originario per restituirci l’immagine di un mondo riunito, un mondo che di fatto migrazioni e globalizzazione hanno già realizzato, ma pacificato e in festa. Un contromovimento, rispetto a quello della deriva dei continenti, che per Veronica Montanino, come per chi scrive, significa abbattimento di confini e barriere culturali, linguistiche, religiose, politiche, e, dunque, arricchimento per tutti. Non a caso per questo progetto si è scelta la Casa dell’Architettura nel cuore dell’Esquilino, il quartiere storico dell’immigrazione a Roma. Opera abitabile, e non sono ambientale, abbiamo detto, perché gli oltre trenta tavoli colorati che Veronica ha dipinto e assemblato per Pangea non nascono solo per essere contemplati, ma anche per essere usati. Hanno bisogno di essere animati per divenire quel grande ingranaggio chiassoso e brulicante che l’artista immagina che sia. E non si tratta solo di aprire la porta alla “relazione” (cosa che negli ultimi anni Veronica è comunque via via andata facendo, basti pensare ai lavori realizzati a Metropoliz). Ma ancora una volta, di superare un confine e di abbattere le barriere. Tra i cinque sensi, cinque come i continenti, che qui figurano tutti alla pari (imbandita la tavola alla vista e al tatto si aggiungono olfatto, e gusto come pure, chiamato in causa dalla conversazione , l’udito) e tra le stesse tipologie di produzione artistica (pittura, scultura, assemblaggio, installazione, performance). Affinché l’opera risulti completa, si richiede naturalmente un vociare babelico e un pranzo meticcio… e chi ancora sa cosa sia che indossi l’abito tradizionale dei giorni di festa.

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