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Investire in arte

L’arte moderna e contemporanea stanno riscuotendo un’attenzione sempre maggiore da parte degli investitori, arrivando a occupare la fetta del 46% del mercato delle aste d’arte. Ma se è vero che il trend complessivo lascia registrare dati positivi, bisogna comunque stare attenti alle bolle speculative, che continuano talvolta a verificarsi. Per questo è opportuno lasciarsi guidare dalle gallerie, frequentare le fiere d’arte e informarsi prima di acquistare un’opera. È quanto è emerso questa mattina, alla Breakfast&Finance organizzata a palazzo Drago, nella sede romana dello studio legale Gianni Origoni Grippo, Cappelli & Partners. Un incontro incentrato sul tema degli investimenti nell’arte, a cui è stato coinvolto un panel composto da autorevoli addetti ai lavori: Clarice Pecori Giraldi, head of private sales Emeri di Christies’s (Londra), Guy Jennings, managing director di The Fine arts fund (Londra), Pietro Vallone, finance director della galleria Massimo De Carlo (Milano, Londra) e Guido Talarico, editore e direttore di Inside Art nonché amministratore delegato di Culturalia/AdnKronos.

La fiducia è l’elemento che più sta caratterizzando il comportamento degli investitori. Stando a quanto spiegato da Guy Jennings: «Nuove opportunità sono in arrivo, il futuro è incoraggiante e genera ottimismo. Lo dimostra la buona partecipazione al nostro fondo di investimento. È un dato positivo se si considera che i risultati si vedranno tra i cinque e i dieci anni, un lasso di tempo che presuppone oggi una buona dose di coraggio». Tuttavia, il confronto tra stakeholders del settore ha fatto emergere in modo piuttosto netto il gap che l’Italia ancora deve colmare per potersi affacciare ai piani alti dell’art market. Facendo il confronto con Londra, principale piazza per gli investimenti, risalta in primo luogo la differenza di tassazione (Iva al 22% in Italia, mentre al 20% in Inghilterra); il vincolo del diritto di seguito sulla prima vendita in Italia, a differenza che in Inghilterra; la burocrazia eccessiva, la scarsa competenza delle banche, la clientela, prevalentemente italiana, e i bassi investimenti dei musei completano un quadro piuttosto sconfortante del Belpaese.

Quanto alle vendite online, ancora questo segmento non ha convinto i grandi collezionisti, che preferiscono aquistare in galleria o nelle case d’asta. Il web resta appannaggio degli appassionati, interessati a impegnare piccolissime somme per un’opera. Anche se la velocità di svilppo della cultura digitale potrebbe rivelare scenari inaspettati anche a breve termine. Le vendite d’arte online nel 2013 sono state stimate prudenzialmente, infatti, a più di 2.5 miliardi, pari a circa il 5% del mercato, ma si stima possano crescere ad un ritmo di almeno il 25% l’anno.Quello su cui hanno convenuto tutti è la ricerca di un ”rapporto” empatico con l’opera d’arte, che caratterizza qualunque operazione finanziaria ben strutturata. «Per un buon investimento bisogna visitare le mostre, conoscere i galleristi e gli artisti, frequentare le fiere, in modo da creare un gusto personale» ha consigliato Clarice Pecori Giraldi. D’accordo con lei anche Pietro Vallone: «Appassionarsi all’arte contemporanea non vuol dire solo generare denaro, ma anche sviluppare un’empatia con l’arte e gli artisti. Questa è la differenza sostanziale tra investitori e collezionisti. Quanto agli artisti italiani – ha aggiunto – non ce ne sono molti con un buon mercato. Il nostro periodo d’oro ha coinciso con gli anni Novanta. Oggi le uniche prospettive le hanno gli artisti italiani che si sono riusciti a radicare a New York».

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