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Balla, astrattista futurista

È il 1915 l’anno in cui Giacomo Balla (Torino 1871 – Roma 1958), insieme a Depero, firma il Manifesto della Ricostruzione futurista dell’Universo: «Vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione». È una sorta di proclama di ciò che sarà il design nel Novecento, difficile trovare qualcosa di più rivoluzionario nelle teorie del secolo scorso. A cento anni dalla pubblicazione del Manifesto, la Villa dei Capolavori di Parma ospita dal 12 settembre all’8 dicembre oltre settanta opere di Balla provenienti da raccolte pubbliche e private, che documentano l’intero percorso dell’artista torinese, dall’inizio del XX secolo, con le opere divisioniste, agli anni Trenta e Quaranta, col ritorno in chiave moderna della figura, passando ovviamente tra le linee spezzate e i turbinii cinetici degli anni di Futurballa, immagini dissociate in grado di rappresentare tutta la potenza di un progresso desiderato e conquistato. Astratto, dinamico, trasparentissimo, coloratissimo e luminosissimo, autonomo, trasformabile, drammatico, volatile, scoppiante: sono questi i temi sui quali si articola la mostra curata nei dettagli da Elena Gigli e Stefano Roffi, retrospettiva chic in grado di trasformare la Fondazione Magnani Rocca in una vetrina magicamente scintillante di nuovi bagliori elettrici.

Balla cresce nell’ambito del Divisionismo, ma mette subito in dubbio la suddivisione della materia per piccoli tratti e sostituisce questa prassi con una ricerca su tutto ciò che l’occhio umano da un lato e l’occhio ottico dall’altro, quello della fotografia, consentono di vedere. «Marciare, non marcire»: la dichiarata allergia nei confronti del passato impone la ricostruzione dell’universo che si accende di colore e di futuro. Sono anni in cui «l’arte diventa arte-azione, cioè volontà, ottimismo, aggressione, possesso, penetrazione, gioia, realtà brutale nell’arte, splendore geometrico delle forze». Per questo Balla non può essere solo pittore. È anche scultore, grafico, arredatore, stilista, fotografo, scenografo. Cerca la vita che circola nelle strutture della materia, osserva l’energia nascosta nello spazio quotidiano. Di fatto lavora sulla percezione visiva come Kandinskij e più tardi ragiona sull’effetto mediatico delle immagini come un Warhol ante-litteram. La sua infinita curiosità lo spinge a realizzare bozzetti di vestiti ”antineutrali”, che devono essere «aggressivi, agilizzanti, dinamici, semplici e comodi, igienici, gioiosi, illuminanti, volitivi, asimmetrici, di breve durata e variabili», in stoffe fosforescenti, con disegni e colori violenti. Non solo: contamina tutti gli elementi dell’abitare, dalle piastrelle del bagno ai paraventi ai fiori futuristi, una creatività esplosiva che si sovrappone ai dipinti che il mercato sembrava ignorare. Nella sua casa in via Oslavia a Roma, autentico laboratorio di ricerca futurista, la pittura invade i muri, i mobili e gli accessori, perfino i vestiti e le stampelle dentro gli armadi.

Il 1931 è l’anno della sua prima opera aeropittorica e l’ultima futurista. Negli anni Trenta infatti, mentre tanti suoi colleghi seguono la strada del ”ritorno all’ordine” e alla ”tradizione primitiva”, il bizzarro artista, forse stanco d’una ricerca nei meandri della semiastrazione, torna a riconvertirsi alla figura classica, che però classica non è più: sembra un’illustrazione per carta stampata. La pittura di quegli anni si articola su sfondi inediti, come quelle tele che ricopre con una garza per spezzare il segno tradizionale del pennello e ritrovare la sensazione delle prime ricerche. In questo realismo fotografico, che solo un’analisi distratta definirebbe di retroguardia, s’intuisce il valore dell’immagine pubblicitaria, quasi anticipando il meccanismo della Pop Art. Lo spiega bene Stefano Roffi nel catalogo: «Non sono banalmente realiste le opere postfuturiste di Balla, bensì sono elaborazioni di un sistema percettivo sofisticato, còlto da un occhio fotografico e legato a un’interpretazione concettuale e iconica della contemporaneità». Tanto che l’artista nel creare l’effetto di retinatura «evoca quello prodotto dalle immagini a stampa dei giornali, in un confronto, per l’epoca profetico, con la moltiplicazione seriale dell’immagine già allora propria dei mezzi di comunicazione di massa, e in seguito consueta del mondo figurativo di artisti come Andy Warhol e, soprattutto, Roy Lichtenstein». La modernità di Balla è sperimentale e la sua attualità nasce proprio dal nomadismo della sua ricerca. L’hanno capito i suoi eredi, gli artisti delle nuove avanguardie, negli anni Sessanta e Settanta: il gruppo Forma I, i teorici del teatro-immagine, la pop art romana, l’arte povera, Colla, Dorazio, Burri, Turcato, Schifano.

Dal 12 settembre all’8 dicembre
Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo (Parma)
Info: www.magnanirocca.it

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