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Appunti di una residenza

Increduli, sospettosi – un po’ alla stregua dei classici anziani che osservano i cantieri – i passanti passeggiano sul lungofiume, alla ricerca di un po’ di fresco, nella classica pausa del dopo pranzo. Fissano con sguardo interrogativo la nuova schiera di strani cubi in legno e vetrate finalmente inaugurati, all’interno dei quali ci sono persone che lavorano, messe in vetrina. Ospite del secondo ciclo di residenze – assieme ad altri nomi noti della scena contemporanea – la romana Sacha Turchi ha vissuto due settimane in uno dei nuovissimi box spuntati sul Lungo Crati, a Cosenza, per il progetto a cura di Alberto Dambruoso, il nome dei Martedì Critici in collaborazione con il sindaco della città Mario Occhiuto.

Com’è andata questa esperienza al suo primo giro di rodaggio? «Sicuramente Cosenza non è una città semplice e trovare un punto di incontro con il pubblico si è dimostrato in un primo momento complesso», racconta l’artista. Certamente la vicinanza con i locali potrebbe sembrare un buon modo per catalizzare la presenza di persone, ma non è esattamente luogo immediatamente fertile per il loro avvicinamento all’arte. Per la sua permanenza a Cosenza Sacha Turchi ha scelto di lavorare ancora una volta sul corpo, su quelle parti significanti che tutti portiamo più o meno consapevolmente, partendo da una riflessione fatta site-specific sulla città. «Grigori e Uros sono due lavori che nascono da un processo comune», spiega Sacha Turchi. «Ciò che più mi aveva colpito di Cosenza (oltre alle varie ricerche sul territorio, sulla storia e sulle tradizioni) è questa tendenza, sin dalla storia, degli abitanti e delle attività, di spostarsi dal centro all’esterno. Questo particolare movimento, tendenzialmente opposto al comune atteggiamento di vivere le città, mi ha fatto riflettere sul concetto di smembramento del corpo dal centro all’esterno. Lo smembramento è fortemente legato a due aspetti e significati molto diversi tra loro: in primo luogo è associato alla donna, precisamente al rapporto luna-pioggia-donna. È legata alla fertilià e al rinnovamento, al ciclo della rinascita (come nelle fasi lunari). In passato le donne per ritualizzare questo processo metaforico dello smembramento, percorrevano insieme i margini di un territorio, versando le loro lacrime raccolte nel cammino, in modo da lasciare sui margini di esso una parte del loro corpo, per dar fertilità al territorio e benedirlo purificandolo. Nella seconda associazione allo smembramento, abbiamo un significato molto diverso, non più metaforico, ma una vera e propria pratica che veniva praticata al corpo di grandi generali o guerrieri alla loro morte. Il corpo sezionato veniva distribuito e seppellito con la testa al nord, e gli arti ai margini estremi del territorio per essere sicuri che nella tomba il corpo non si ricongiungesse, quindi l’intenzione era quella di indebolire o eliminare l’energia della persona defunta e non permetterne l’influenza sul territorio».

In una prima fase performativa, l’artista – in posizione eretta su di un banchetto da meditazione – ha lavorato a una struttura del suo corpo fatta eccezione delle sue spalle, struttura portante di un corpo altrimenti ricurvo. Queste ultime, nella forma di scapole, sono state successivamente lavorate sempre a partire dal proprio corpo e resteranno appese, con il banchetto da meditazione innanzi a fare da inginocchiatoio. Il lavoro, dal titolo Uros, richiama la figura del guardiano, colui che custodisce.

Le parti del corpo – Grigori – realizzate in ferro e sezionate dalla struttura iniziale, sono state poi riposte in modo circolare attorno allo sterno e lavorate prima con del cotone bianco (acquistato a Cosenza) e successivamente coperte con sostanze che l’artista ha ricavato dal corpo umano (il calcio, ad esempio) ma private di Dna. CH’ARTIS, la ricerca a parete di tutto il progetto, resterà anch’essa alla città come opera permanente. Al di là delle iniziali resistenze, il progetto porta a casa i primi risultati positivi, sapendo rompere l’incertezza del pubblico. D’altronde si sa, una residenza è tanto importante per la produzione di un artista quanto per la capacità di sapere legare il frutto del proprio lavoro al luogo nel quale è stato partorito e in un sistema come quello italiano, nel quale il pubblico è ancora poco abituato ad entrare in una galleria figurarsi in un luogo intimo di creazione e pensiero, Bocs Art ha mosso i primi passi nella giusta direzione, in una città peraltro non semplice. In attesa dei prossimi ospiti a partire da settembre, Bocs Art va in vacanza sperando di seminare ancora più frutto come tutte le esperienze al primo giro di prova, ancora un po’ in sordina ma con la buona volontà di raccontare una città al di fuori del circuito tradizionale dell’arte contemporanea cui il pubblico è già – ampiamente – avvezzo. Nel frattempo, le opere consegnate dagli artisti entreranno a far parte del primo nucleo di pezzi del futuro Museo dell’Arte Contemporanea che sorgerà proprio sulla riva del fiume.

 

 

 

 

 

 

 

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