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Nezaket Ekici, la retrospettiva

Vicino a un piccolo lago in un angolo a sud-ovest di Berlino c’è la Haus am Waldsee, una casa di circa 90 anni che dal 1946 è spazio d’arte per artisti berlinesi di fama mondiale. In questi giorni, fino al 16 agosto, nelle sue undici grandi camere è ospitata Alles, was man besitzt, besitzt uns auch (Tutto quello che possediamo ci possiede), retrospettiva della performance artist tedesca di origine turca Nezaket Ekici, oggi attiva tra Berlino, Stoccarda e Istanbul, allieva ed erede di Marina Abramovic. La mostra è una selezione di sedici progetti tra installazioni e video documentari di performance precedenti nelle quali l’artista offre un racconto visivo intimo e lirico, dove il cibo è il dispositivo più utilizzato per riflettere sulle contraddizioni della vita: ne vien fuori un’immagine di donna e artista impegnata, spesso in bilico tra Islam e Cristianesimo. Mentre Marina Abramovic, in anni insospettabili, era capace di gridare ininterrottamente per mezza giornata, parlare in otto lingue con la testa rovesciata, tagliuzzarsi, darsi fuoco, starsene appesa per ore e ore, magari con cinque o sei pitoni che le si attorcigliavano addosso, Ekici risparmia le forze, sussurra, bacia, tocca, ansima, mangia. Ha deciso di adattare la performance ai nostri sospettabilissimi tempi, mescolando il mistico e l’erotico, e ottenendo un risultato di maniera che è comunque interessante, sia quando è immobile completamente ricoperta di burro, sia quando si dimena con guanciali, lonze e zampe di porco, o quando balla un perfetto e disperato flamenco lanciando a terra decine di mele.

La sfida fisica più difficile è quella di recitare il Corano a testa in giù (Permanent words, 2009) o il rinchiudersi in una gabbia dorata nello spettacolo But all that glitters is not gold (2014), in agonia per trenta minuti, dove tenta di afferrare una chiave per liberarsi, spingendo la mano all’esterno, cercando inutilmente la soluzione che è troppo lontana. Ma non sembra essere più facile la performance Emotion in Motion (2000) durante la quale Ekici bacia pareti e oggetti di una stanza lasciando ovunque il segno del rossetto: è la fantasia romantica e giocosa di una studentessa che per dieci giorni ha amato compulsivamente le sue cose. In una sala con ampie finestre Ekici ripropone il progetto Wirbelrausch (2008): un caftano trasparente ruota su se stesso come un derviscio, sullo sfondo il giardino, mentre un ventilatore dal pavimento fa saltare in aria migliaia di petali di rosa. I riferimenti alla Turchia sono forti. Come anche in Lifting a Secret (2007), una stanza tinteggiata con caffè turco e ricoperta di parole in vaselina, una pagina di diario importante nella vita dell’artista: «Quando ho scritto sono emersi tutti i miei ricordi dolorosi».

Dal caffè al dessert è un attimo: il gigantesco tavolo ovale apparecchiato con novantanove piatti, ciascuno dei quali contiene una perlina tesbih (dalla collana della preghiera musulmana) è soltanto una vaga traccia della performance che sta dietro. Il video mostra Ekici che taglia il rosario, stacca i grani uno a uno mentre recita i comandamenti religiosi, alcuni dei quali molto repressivi per la donna: alla fine tutti i piatti sul tavolo vengono coraggiosamente distrutti. L’unico nuovo progetto in mostra è Wasser, ambientato sulle rive del Waldsee, una mise-en-scène teatrale per purificare l’acqua del lago che Ekici pompa attraverso tubi cuciti su un impressionante abito rosso. In questo rito l’artista è come un’antica Naiade greca, portatrice di vita e di fertilità. Chi all’inaugurazione della mostra si è perso questa performance può consultare il programma della Haus am Waldsee per nuovi incontri diretti con Ekici, fino al 16 agosto.

Dal 7 giugno al 16 agosto; Haus am Waldsee, Berlino
info: www.hausamwaldsee.de

 

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