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Almost Europe

«Tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore» cantava Francesco De Gregori. È quasi Europa, diremmo noi, Almost Europe. Abbiamo incontrato il fotografo Luca Nizzoli Toetti a margine della presentazione fiorentina del suo libro: un intenso viaggio, tutt’ora in corso d’opera, volto alla documentazione della vita quotidiana fuori e dentro i confini del Vecchio Continente. Un’analisi fotografica sull’eterogeneità del tessuto sociale e culturale europeo, tra spinte moderniste e i vividi fantasmi del socialismo reale.

Cosa ti ha spinto ad intraprendere questo progetto? Perché hai puntato il tuo obiettivo sull’Europa e i suoi confini? «Sono tante le motivazioni che hanno contribuito all’avvio di questo lavoro e una di esse è sicuramente il desiderio di viaggiare. Soprattutto mi sono domandato da dove provenissi, dove fosse l’origine delle nostre radici e della nostra cultura. Sono nato a Venezia ma ormai da anni abito in una zona di Milano dov’è presente una spinta culturale fortemente eterogenea, così mi risultava difficile concepire che la mia esistenza fosse circoscritta soltanto al mio quartiere, alla mia via. Avendo poco più di quarant’anni sono cresciuto quasi con l’incubo dell’Europa e di un fantomatico standard europeo al quale era necessario adeguarsi, tensione ancora più evidente dopo la caduta del muro di Berlino nell’89. L’aspetto buffo di tutto ciò è che ancora oggi, camminando per le zone della mia città più soggette alla contaminazione etnico-culturale, c’è qualcuno che si meraviglia al punto da esclamare che ”questa non sembra nemmeno Milano”. Il bizzarro divario tra europeità acquisita ed europeità percepita mi ha spinto a ricercare, ammesso che esista, la nostra matrice comune. Sono partito dall’Est poiché credo che questo cortocircuito sia più evidente e ne trovo riscontro nei commenti di chi guarda le mie foto, ogniqualvolta viene asserito che sembrino scattate trenta o quarant’anni fa. In realtà raffigurano un presente che è più che mai il nostro, dato che il progetto ha preso il via nel 2009 ed il libro risale al 2013. Le immagini racchiuse in questo volume – il primo di quella che vorrei fosse una trilogia – testimoniano il mio viaggio da Kaliningrad a Istanbul».

L’utilizzo del mezzo fotografico diventa per te uno strumento di analisi. A questo proposito, potremmo definire il tuo approccio simile a quello di un antropologo o ti rispecchi maggiormente nel flâneur di baudelairiana memoria? «A me sembra tanto di essere più che altro un esploratore, anche perché per essere degli antropologi bisogna studiare! Al contrario, un esploratore ha soltanto bisogno di camminare senza sosta, di osservare e di lasciarsi incuriosire da quel che lo circonda. Per quanto mi riguarda non ho studiato tanto da poter essere considerato un antropologo, ma sono curioso abbastanza da potermi definire senza dubbio un esploratore e questo mi diverte parecchio! Un’esplorazione ulteriormente arricchita dagli incontri che la strada mi riserva. Utilizzando lo strumento del couchsurfing, spesso mi ritrovo a dormire in casa di perfetti sconosciuti e la loro solidarietà non smette mai di risultarmi commovente. A tal proposito un aneddoto potrà essere d’aiuto: mi trovavo in Svezia, sul treno per Sundsvall, quando la persona che doveva ospitarmi mi diede buca. In alternativa contattò una sua amica, speaker della radio nazionale svedese, che in tempo reale scrisse un tweet annunciando il mio arrivo in città. Fu così che mi ritrovai ospite di una famiglia – con annessi alcuni amici e rispettivi bambini – a trascorrere con loro il sabato sera, mangiando da Dio e dormendo nella stanza di loro figlia, con le pareti tappezzate dai poster di cantanti svedesi. E questo è soltanto un esempio tra tanti. Per il resto, se di analisi vogliamo parlare, Almost Europe è il risultato del mio personale punto di vista in quanto fotografo e rimane lontano dalle ambizioni della sociologia».

Soffermandoci sull’aspetto pratico della realizzazione di Almost Europe, entro quali canali – crowdfunding, produzioni dal basso – hai veicolato il tuo lavoro? Quali le difficoltà incontrate? «Il viaggio che intraprenderò a breve è interamente autofinanziato. Affidare unicamente al crowdfunding la riuscita e la realizzazione di un progetto è piuttosto rischioso, se non controproducente nel momento in cui non raggiungi la somma di denaro della quale hai bisogno. Questo lavoro si protrae ormai da cinque anni e sono intenzionato a concluderlo, qualunque il mezzo; ad aprile partirò per il terzo ed ultimo viaggio in Europa, dopodiché inizierò la fase di editing. Il finanziamento dal basso rimane comunque una risorsa importante, sia dal punto di vista economico che da quello umano, contribuendo a metterti in contatto con coloro che saranno i fruitori veri e propri del tuo prodotto. Permette loro di partecipare attivamente alla genesi dell’opera e si rivela utile nel far “girare la voce”. Ad ogni modo, per quanto concerne “Almost Europe” si è deciso di optare per una strategia sostanzialmente diversa dal crowdfunding, ovvero la prevendita: questo ti permette di arrivare dallo stampatore con qualche certezza in più. Nel mio caso abbiamo raggiunto la quota di 150 libri venduti prima ancora della pubblicazione e, a maggior ragione per un outsider come me, è un ottimo punto di partenza. Venendo alle difficoltà di certo non mancano quelle economiche, dato che spesso è un lavoro tutto a rimessa, per questo non posso che elogiare il coraggio e la perseveranza dell’editore Claudio Corrivetti. Denaro a parte, credo che il momento più difficile consisterà nell’editare le foto del secondo viaggio, una mole davvero consistente. Se da un lato risulterà piuttosto facile – sperando nella buona qualità delle immagini – dall’altro sarà complicato scegliere una sequenza convincente. Fotografare in Europa non è semplice perché si tratta pur sempre di città che siamo abituati a vivere, di conseguenza il rischio è che tante situazioni risultino prive di interesse e che altre passino del tutto inosservate. Per questo motivo mi piacerebbe farmi coadiuvare da un editor non europeo, non so se americano o asiatico, comunque extracomunitario, che sappia guardare il nostro continente da un altro punto di vista».

Esulando per un attimo dal tuo progetto, cosa pensi riguardo le recenti polemiche che hanno investito la premiazione del lavoro di Giovanni Troilo al World Press Photo? «Ho assistito alla vicenda pur scegliendo di astenermi dal parteggiare per qualcuno, al contrario di chi invece sguazza nelle polemiche. C’è un regolamento chiaro ed una giuria competente: evidentemente hanno stabilito che quello fosse un lavoro meritevole, oppure non c’era di meglio. Per dovere di cronaca, quest’anno ho partecipato anch’io, all’interno della categoria “Long-Term Projects”. Non mi curo molto dei concorsi, ho partecipato a pochissimi e due li ho vinti. Ciononostante l’importanza risiede nel fatto che mi hanno permesso di conoscere due persone fantastiche come Mario Dondero e Gianni Berengo Gardin: Mario ha scritto la prefazione del mio libro, mentre Gianni ultimamente ha rivolto nei miei confronti parole di elogio di cui gli sarò eternamente grato. Sono questi i riconoscimenti che, al di là dei premi, contano davvero. Tornando alla domanda, non giudico la scelta di una giuria, altrimenti avrei fatto anch’io il giurato… ed io non posso giurare su niente».

Almost Europe, da quanto trapela dalle tue parole, è un’opera ancora tutta in divenire. Quali saranno i prossimi sviluppi? Quali le nuove tappe? «Al momento trascorro le giornate in biblioteca, studiando, documentandomi sui luoghi che mi attendono. Partirò il 5 aprile da Cipro e visiterò la zona dei Balcani, poi tornerò a Milano dove a maggio è prevista una festa di metà viaggio, per poi ripartire il giorno dopo alla volta di Londra, Manchester, Dublino, Belfast, concludendo in Islanda, a Reykjavík. Questo è il mio futuro prossimo, poi, anche se può sembrare assurdo, mi auguro di andare in vacanza!».

 

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