Ancora prima dell’arte, fu la musica ad unirli ventisette anni fa, quando entrambi studiavano alla Byam Shaw school of art di Londra. Ciò che la musica ha a che fare con la loro arte è che, pur volendola ascoltare da soli, non è individualità, soprattutto se si tratta di una band o di un duetto. Tanto che non esistono band con il nome di ogni suo componente. Ecco perché dal 2008, Adam Wood e Steven Lowe, firmano i loro lavori con il nome Harry Adams. Sembra un nome e cognome a tutti gli effetti, eppure cela due identità ben distinte, ma che come nella musica, sono in grado di entrare in sintonia, di affiancarsi l’una all’altra per creare un’armonia dove nessuna nota stona per il capriccio di voler suonare più forte delle altre, o di voler suonare sola. Questo è il modus operandi, ma anche la tematica su cui i due artisti si confrontano e concentrano la loro riflessione. E, di contro a un’arte che nel contemporaneo vede l’emergere dell’individualità dell’artista, al punto da far predominare addirittura il nome sull’opera d’arte stessa, Herry Adams lascia da parte l’ego in favore della collaborazione creativa. Mette via la smania di protagonismo in nome di qualcosa di più alto e nobile che è l’arte. In suo nome è anche il continuo attingere ad opere, tecniche ed artisti di tutti i tempi, ed ancora in nome della cooperazione tra gli artisti. Ecco, allora, che il San Francesco d’Assisi realizzato dalla mano di Harry Adams, va ben oltre l’omaggio a Giotto, a cui quella stessa iconografia riprodotta dai due artisti inglesi è ispirata. Ma è piuttosto un modo simbolico per una ideale collaborazione con altri artisti, siano pure lontani nel tempo. E il Francesco d’Assisi è solo uno dei quadri che, testimoni dell’arte targata Harry Adams, sono esposti alla Galleria Alessandra Bonomo di Roma.
Testimoni di quel lavorare armonioso a quattro mani di due artisti che lavorano sulla stessa tela in tempi diversi, il orientamento è segnato da un accordo e che, quando entrambi sono convinti che basti, decidono che il lavoro è finito. Così sono stati realizzati i pannelli esposti, ultimati e assemblati nei luminosi locali della galleria, concepiti con l’antica tecnica dell’encausto. Non affreschi realizzati su muro, dunque, come si usava anticamente, ma su tela, dove i colori sono fissati dalla cera. In questa mostra Harry Adams reinterpreta diverse altre opere ed edifici storici, come La Torre di Babele di Brueghel e il Seminario di San Pietro in Scozia. Per far sì che, da quei pannelli prendesse vita un’altra, nuova riflessione, sull’archeologia. Su quella antica, preziosa ricchezza e ancora fonte di ispirazione, ma soprattutto sulla poco considerata esistenza di una archeologia moderna. Se alla meditazione su quest’ultima appartiene certamente il modernissimo Seminario di San Pietro, riprodotto con una attenta indagine architettonica, alla archeologia antica rende omaggio l’opera The Impossibile Garden e i pannelli che, a partire da questa, prendono vita, come fossero i rami di un saldo tronco d’albero. Si tratta della rivisitazione di un trompe l’oeil molto più grande, realizzato su quattro pareti, da un artista sconosciuto, nella villa costruita nel I secolo A. C. per Livia, la moglie di Cesare Augusto, sugli alti dirupi di tufo sovrastanti la via Flaminia.
Il progetto del giardino romano è stato ideato in una stanza da pranzo semi-sotterranea per rinfrescare i sensi durante le caldi estate romane. Quello che subito appare in questo originale affresco sono le contraddizioni: gli alberi sono in fiore, i rami si inclinano alla brezza e allo stesso tempo, sono intrappolati nella calda immobilità di un pomeriggio estivo. Nella reinterpretazione di Harry Adams, gli alberi sono rivivificati con esuberanti toni di giallo, arancio e rosa, gli uccelli, alberi di melograno, acanto e oleandro combattono per attirare l’attenzione in una composizione dove alcuni elementi sono pienamente dipinti e altri sembrano solo abbozzati con linee a carboncino sulla tela grezza. Così come l’affresco della villa di Livia ripercorre tutte le pareti per dare alla dimora una continuità con il giardino circostante, così Harry Adams organizza i propri dipinti trasformando la galleria in un locus amoenus. Luogo i cui, nonostante il percepibile ondeggiare delle fronte e degli uccelli in movimento, nel perdersi a fissare dentro quelle tele sembra quasi di poter sentire l’afa di un pomeriggio caldo di primavera. La luce dorata che investe tutto ciò che circonda facendolo apparire immobile, etereo.
Dal 20 marzo al , Galleria Alessandra Bonomo, Roma; info: www.bonomogallery.com










