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Palmisano, Oltrepensare

Oltre il pensiero esiste una poetica degli oggetti che narra di memorie sussurrate, di elementi che estrapolati dalla loro funzione quotidiana inducono lo sguardo a incamminarsi verso un confine mutevole dove la realtà assume aspetti dalle variabili mai scontate. Giuseppe Palmisano costruisce attraverso l’immagine fotografica un’iconografia surreale che inverte ogni questione estetica di senso comune per divenire semplicemente la rappresentazione di un istante nascosto, di fisionomie celate tra gli oggetti di un appartamento che in qualche maniera ci accorgiamo di conoscere. Un sentimento solenne di astrazione pervade gli scatti di Palmisano, il corpo femminile si impone come elemento metafisico di un universo scevro da qualsiasi sovrastruttura concettuale, la poetica degli oggetti si insinua nelle fattezze mimetizzate dall’arredamento e si rivela quale essenza di una realtà che non avremmo mai creduto di percepire. Giovedì 12 febbraio l’artista presenta a Roma alla libreria Altroquando il libro intitolato Oltrepensare che raccoglie il suo progetto fotografico. In questa intervista abbiamo cercato di comprendere l’essenza e le radici dell’estetica inedita ed originale che Palmisano ha concepito nei suoi scatti.

“Le foto ci aiutano a ritrovare affinità tra le cose, le persone e i luoghi, aprendo a molteplici storie, non tutte visibili. Assumiamo il ritratto fotografico come punto di partenza di un viaggio alla ricerca di noi stessi”. Qual è il punto di partenza che ha avviato la tua ricerca fotografica?
«È stato un punto di partenza molto pratico: ho comprato una macchina fotografica, poi successivamente la vera ricerca è partita chiedendo ad una modella di infilarsi in una abat-jour, li è come se mi fossi illuminato e avessi capito in che direzione andare. Le persone, che scattavo da pochissimo, e gli oggetti, che scattavo prima».

Identikit è l’autoritratto con cui Luigi Ghirri si narra attraverso le fotografie dei suoi libri in casa, se dovessi stilare un tuo identikit fotografico cosa immortaleresti per rappresentarti?
«Il mio primo e uno dei pochi autoritratti fu una mia foto accanto ad un mio disegno auto rappresentativo, una serie di proiezioni e rappresentazioni di me stesso. La fotografia, il disegno come riconoscimento e il teatro nel posare».

Oltrepensare è il progetto fotografico che racchiude la tua esperienza espressiva in seno all’immagine, l’estetica dominante dei tuoi lavori ha un riferimento iconografico specifico o è frutto di un procedimento più complesso?
«Sono un profano della fotografia e un ignorante dell’arte. Ho rubacchiato sempre e mai seguito niente con passione, vengo dal teatro ed è al teatro che devo ogni mia visione. Sicuramente tutta l’arte surrealista e dadaista mi ha coccolato gli occhi e stuzzicato il cervello e un fotografo che mi ha caricato la molla è stato Guy Bourdin».

I tuoi scatti celano spesso identità femminili nascoste, occultate da oggetti o semplicemente sussurrate, quale metodologia di ricerca hai sviluppato per giungere a una tale scelta stilistica?
«Parto da due presupposti: il primo è che voglio ridurre al minimo il racconto di una storia, di una persona e quindi non ho intenzione di ritrarla in volto, il secondo è la praticità di aver un set sempre pronto che è una casa arredata nel gusto di chi mi ospita. Il punto di incontro è questa sorta di panismo con l’oggetto con un pizzico di abbandono, corpi abbandonati in case vissute».

In un’epoca di sovraesposizione iconografica, dove quotidianamente siamo subissati da un continuo flusso di immagini, ha ancora senso, secondo la tua personale opinione, lavorare con la fotografia? Cosa ti permette di attraversare il confine di questa sovraesposizione
«Ha assolutamente senso lavorare con qualsiasi mezzo a disposizione se si ha qualcosa da dire o voglia di dire, poi purtroppo e per fortuna oggi è facilissimo usufruire di un mezzo come la fotografia ma la costanza e la forza di chiedersi dopo tempo se si ha ancora voglia di farlo, se ci sono dei progressi e se non ricevi complimenti solo dalla tua famiglia ed amici possono farti attraversare quel confine, sicuramente la pubblicazione di un libro ti rende reale, come fosse una laurea. Per me c’è un percorso che non parte da questo, non volevo essere fotografo, ho solo cambiato il mezzo comunicativo e questo mi ha permesso di non ragionare come fotografo che a mio avviso è uno dei modus operandi migliori per attraversare il confine».

12 febbraio, libreria Altroquando, via del Governo Vecchio 80, Roma; info: http://iosonopipo.tumblr.com/

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