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Dall’Iran a Roma

Cosa accade quando ci si trova in un paese straniero? Vivere in uno Stato che non è il tuo, studiare in uno Stato che non è il tuo, districarsi in uno Stato che non è il tuo, genera un necessario cambiamento che riguarda l’identità e l’approcciarsi a una nuova cultura tali da rendere duplice la propria cittadinanza del pensiero. La mostra Confusion: Artisti Iraniani nei Labirinti Romani alla Temple University di Roma a cura di Helia Hamedani ospita otto artisti iraniani che hanno deciso di venire a studiare a Roma. Quando si parla di Iran, si parla inevitabilmente di politica internazionale, di guerra e di scontro di civiltà, ma la pace che si riscontra nella creazione artistica porta con sé i semi di una comunanza universale. È impossibile che la politica non influenzi le scelte e la quotidianità di questi artisti, ma la risposta che può nascere è quella che riguarda l’accoglienza.
Il titolo dell’esposizione fa riferimento alla confusione generata dalla questione identitaria del vivere a Roma provenendo dall’Iran, alla confusione generata dal confrontarsi con il sistema arte della capitale, alla confusione generata dallo strutturarsi nel tempo portando con sé il passato il presente e il futuro.

Differenti per stili e poetiche, gli otto artisti si misurano con il proprio io e con una frammentarietà dell’esperienza personale. Dalle parole della curatrice: «L’identità di chi viaggia è un costante divenire. Qualcosa che prima non era e di cui non conosciamo l’evoluzione. Tutti i viaggiatori trasportano con sé, volenti o nolenti, la loro cultura. E come tutti sappiamo, l’unione di due culture non è mai la somma di entrambe. L’identità dello straniero è sempre in fieri e gli artisti con identità ”ibrida” sono i testimoni originali di questa complessa evoluzione». La memoria generata dall’assenza e dalla presenza si sviluppa nel lavoro di Sara Alavi in cui una valigia da cui escono pezzi di cemento si riferisce al passato, mentre uno specchio rotto richiama il presente.
L’equilibrio che non viene mai raggiunto si esplica nell’opera di Navid Azimi Sadjadi. Ci troviamo poi davanti a un grande scrigno ligneo da osservare: se ci si abbassa sul fondo dello scrigno appare una proiezione con la propria figura che guarda proprio lì all’interno, così Arash Irandoust riflette sul concetto di io che non riesce a essere centrato. I disegni di Saleh Kazemi, in cui uomini sono colti in luoghi della quotidianità, fanno riflettere sull’attesa. Leila Mirzakhani crea un doppio registro di velature pittoriche in cui si esplica la relazione fra conscio e inconscio. Nella fotografia di Maziar Mokhtari è raffigurato un quadro elettrico di una moschea con un riferimento alla luce nella sua essenza. L’identità colta attraverso documenti ed oggetti personali è il fulcro dei lavori di Neda Shafee Moghaddam. Infine Solmaz Vilkachi presenta una moltitudine di uomini scolpiti, tutti uguali, che hanno il loro apice in due di loro che si guardano allo specchio fra unicità e molteplicità. La proiezione di video di artisti iraniani che affrontano lo stesso tema della mostra è l’evento collaterale presentato dal Parkingallery a cura di Amirali Ghasemi.

Fino 12 febbraio 2015
Gallery of Art Temple University Lungotevere Arnaldo da Brescia 15, Roma.
Info: 063202808

 

 

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