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Effetto città, Trione

Gabriele Basilico, Istanbul, 2010 è la copertina del nuovo libro, Effetto città, del neo direttore del padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia, Vincenzo Trione. Il volume cerca uno sguardo diagonale sulla metropoli contemporanea indagata da più punti di vista. Una linea che unisce discipline come cinema, pittura, architettura e letteratura e che fa della deviazione una costante, uno sguardo inesatto, come quello di Perseo con Medusa, che costringe a osservare particolari laterali, che non guarda mai di fronte anche solo per scongiurare la trasformazione in pietra immobile. Effetto città non è solo un libro sulla città ma è il tema di cui parla, è una metropoli con le sue strade e i suoi parcheggi, un luogo fatto di pagine a immagine e somiglianza di New York. Abbiamo incontrato l’autore a Roma il giorno della presentazione del libro e con lui abbiamo approfondito il discorso. Sulla biennale, rigido silenzio stampa.

Che ruolo ha Effetto notte di Truffaut nel libro?

«Quella del regista è stata una suggestione che mi ha molto influenzato. Mi piaceva l’assonanza di un titolo che alludesse all’effetto di un incontro fra il cinema, l’arte e la metropoli. È un libro che parla di città e che si pensa esso stesso come città, costruito come è su una mappa urbana».

Una struttura complessa, come se fosse un labirinto

«Mi sono richiamato esplicitamente alla pianta urbanistica di New York definita da una struttura rigorosa impostata dalle street e dalle avenue, sistema che comunque lascia spazio a un proliferare di situazioni eterogenee, di attività quotidiane. Il libro ripete quasi fedelmente lo stesso schema con un primo e un secondo tempo, suddivisi in tre capitoli, tre macro aree, che includono a loro volta sei capitoli, dove ogni apertura è dedicata a una città. Ogni sezione è interrotta da questi, che in onore a Walter Benjamin, ho chiamato Passages: illustrazioni da intendere come elementi del volume, come testi visivi paralleli».

Descrive Baudelaire come l’inventore della metropoli e prima vittima della sua stessa creazione

«È stato il grande nume tutelare che ha guidato questa ricerca. Non sono uno storico della letteratura né un critico letterario, mi piaceva assumere Baudelaire come padre della modernità dato il suo rapporto conflittuale con la metropoli, relazione racchiusa nel verso della poesia Il cigno: “la forma della città ahimé cambia più frequentemente del cuore di un mortale”. Questo è ciò che lega gli artisti alla metropoli, da un lato la passione, l’elogio, il gusto per la trasformazione e dall’altro un dolore per una città che ha perso la sua forma».

New York è il paradigma per capire una città contemporanea?

«La metropoli è metafora realizzata della città contemporanea, l’idea del fallimento di un sistema programmato che lascia affiorare quello che Koundera ha chiamato la bellezza inintenzionale, una bellezza senza progetto».

I visual studies sembrano gli esempi più vicini al procedere di questo libro

«Mi interessava costruire una metodologia diversa, non raccontare la città solo attraverso la storia della pittura. Ho provato a pensare un’unica figura, la città, e vedere come linguaggi diversi si fossero misurati con questo spazio. Il mio intento è stato salvaguardare l’identità delle singole materie, attenzione che spesso non hanno i visual studies e provare a portare campi del sapere diversi in territori dove non erano mai stati».

Fra le città citate ha inserito Napoli. Tosatti ha detto che raccoglie lo spettro dell’intera umanità, è vero?

«Sono napoletano e mi piaceva che nel mio libro, accanto a delle megalopoli ci fosse anche Napoli. Una città che pur essendo piccola racchiude congestione e caos, contrasto che costituisce in parte il senso della metropoli contemporanea. Napoli è infatti un laboratorio per osservare i fenomeni delle trasformazioni urbane, pochissime altre città italiane consentono».

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