Atenei a confronto

Roma

In Italia il dibattito politico è incentrato da tempo sull’opportunità di riformare il sistema dell’istruzione, a cominciare dalle scuole, fino alle università. Si tratta effettivamente, e Inside Art lo ha ricordato più volte, di un punto strategico da cui dipende, in tutti i campi, arte compresa, la ripresa di un paese arroccato su vecchi equilibri e apparso poco incline a cavalcare i cambiamenti e le innovazioni. Come spesso capita, anche questa volta un input è arrivato da oltreoceano. Sul Washington Post di ieri è apparso un articolo che nella sua semplicità ha fatto aprire gli occhi a molti stakeholders del settore. Una pubblicazione che fa cadere il dogma che vedeva le università statunitensi come le migliori del mondo. E lo fa partendo da una constatazione: negli Usa il costo dell’istruzione accademica dal 1985 è aumentato del 500%. La Germania, invece, è l’unico paese al mondo ad avere impostato le proprie università sul binomio accessibilità e internazionalità. Le università tedesche sono gratuite per tutti e, in più, hanno molti corsi che si tengono interamente in lingua inglese, per due motivi. Innanzitutto per educare gli studenti nazionali a un esercizio professionale della lingua più parlata al mondo. E anche per incoraggiare studenti stranieri a studiare, e presumibilmente lavorare, in Germania. Il pragmatismo tedesco ancora una volta fa ”scuola”. Sulla base di questo dato vengono passati in rassegna i sistemi universitari di molti altri paesi, in rapporto alla loro internazionalità e accessibilità economica.

Nell’articolo di Rick Noack si può capire come nel mondo esistano anche altri paesi che prevedono sistemi simili a quello tedesco, seppure con qualche variante. In Finlandia, ad esempio, spiega il report sul Washington Post, lo stato ha introdotto programmi solo in inglese, ma non si fa carico delle spese quotidiane degli studenti stranieri (Finland will finance your education, but not your afternoon coffee break). In Francia, invece, i corsi in sola lingua inglese restano una prerogativa delle università private, quindi più costose. Ad ogni modo, in linea con la normativa europea, molti istituti prevedono una tassazione proporzionata al reddito familiare. Il risultato, comunque, resta incoraggiante: ogni tre laureati francesi ce n’è uno straniero che ha conseguito il titolo in Francia.
In Svezia, oltre 300 corsi universitari sono in inglese. Anche se solo quelli per Ph.D sono gratuiti (il premio te lo devi saper guadagnare). In Norvegia il sistema è più simile a quello statunitense: ottima qualità, l’offerta didattica è anche in inglese e ben strutturata (classi piccole e professori molto inclini al rapporto con lo studente) ma i costi non sono per nulla bassi. Anche le università in Slovenia vengono annoverate tra quelle organizzate per ricevere studenti stranieri. I costi sono molto contenuti e molti programmi, circa 150, sono in inglese. Tuttavia nessuna di loro è segnalata nel World University Ranking del settimanale londinese Times Higher Education. Non è il caso del Brasile, che può vantare due università in questa autorevole graduatoria: l’università di Sao Paulo e l’università statale di Campinas. Il motivo è semplice: corsi in inglese, alta qualità e iscrizioni a costi accessibili a tutti. Il solo problema è che in Brasile resta basso il livello di intersambio culturale con l’estero.

Un confronto tra sistemi e modelli che non annovera l’Italia, dove le università statali risultano sicuramente accessibili a tutti grazie a costi contenuti, ma dove l’offerta didattica resta poco competitiva e troppo autoreferenziale. Per non parlare dell’inglese. Basti pensare che anche i corsi di lingua, in molti nostri atenei, si tengono in italiano.

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