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Il Teatrino di palazzo Grassi

Non ha mai fine il programma del Teatrino di Palazzo Grassi. Con Art conversation, alcuni artisti della collezione Pinault si confrontano con curatori e professionisti del settore in uno spazio che rispecchia la poliedricità dell’arte. Una superficie di 1000 mq, dotato di un auditorium con una capacità di 225 posti, completo di foyer e di aree tecniche. Mercoledì 29, Alessandro Rabottini, critico d’arte e curatore della Gamec di Bergamo, incontra Latifa Echakhch, artista francese presente con due opere alla mostra L’illusione della luce, curata da Caroline Bourgeois e attiva fino al 6 gennaio a Palazzo Grassi. Lavori che parlano di resistenza o di reticenza politica, lontani però dalle azioni autoritarie, creando uno spazio di libertà e sperimentazione con protagonista la primavera araba. À chaque stencil une révolution è già stato presentato nel 2013 all’Hammer museum di Los Angeles, ed è in grado di assumere un significato diverso a seconda della storia, della memoria collettiva e dell’attualità politica della città in cui viene esposta. L’installazione si compone di fogli di carta-carbone, usati per la diffusione d’idee durante le proteste degli anni Sessanta e Settanta, che si adattano alle pareti della stanza in cui vengono installati. Le colature di colore sui volantini politici non si propongono di orientare una lettura del presente o del passato, ma fanno sì che ogni osservatore possa proiettarvi le proprie rivendicazioni. Mentre la seconda opera, Fantôme (Jasmine), è legata al ricordo di un’immagine: un venditore ambulante di gelsomini a Beirut che per proteggere il profumo e la freschezza dei fiori li copre con una camicia, simbolo di resistenza al traffico della città, pochi mesi prima delle rivolte popolari in Egitto che hanno preannunciato un periodo di terrore. Allo stesso modo nell’istallazione vediamo i gelsomini che appassiscono e poi rifioriscono nel corso della stessa mostra. Latifa Echakhch è nata a El Khnansa, Marocco, nel 1974, cresciuta in Francia, vive e lavora a Martigny, Svizzera.

Il Teatrino continua a stupirci venerdì 31 ottobre con Un œil, une histoire, una serie di documentari realizzati da Marianne Alphant e Pascale Bouhénic. Per la prima volta la parola passa a grandi storici dell’arte internazionali di provenienza e generazioni diverse. In visione i primi cinque dedicati a Georges Didi-Huberman, Rosalind Krauss, Michel Thévoz, Gilles Tiberghien e Victor Stoichita, dove ognuno di loro espone il proprio percorso e la propria passione per l’arte mediante una selezione di opere per loro particolarmente significative. Uno sguardo alternativo sulla storia seguendo percorso non usuale, un modo per capire meglio la realtà in cui viviamo. Dalle ore 10, Victor Stoichita, L’image super-langage, 41’19’’, Gilles A. Tiberghien, Extension du domaine de l’art, 41’41, Michel Thévoz, Hélium, Hydrogène et histoire de l’art, 46’, Georges Didi-Huberman, Douze images pour le meilleur et pour le pire, 44’42, Rosalind Krauss, Une moderniste, une vraie, 40’, tutti sottotitolati in italiano. Infine, verso sera alle 18, incontro con Marianne Alphant e Pascale Bouhénic, seguito da una tavola rotonda con Victor Stoichita, Michel Thévoz e Gilles A. Tiberghien. Art conversations, prosegue giovedì 20 novembre con Wade Guyton e Fabrice Stroun, curatore e direttore alla Kunsthalle Bern. L’artista, nato nel 1972 a Hammond, negli Stati Uniti, vive e lavora a New York. L’installazione Zeichnungen für ein kleines zimmer (Drawings for a Small Room), 2011, presentata nel Cubo di Punta della Dogana da aprile 2014, è stata oggetto di mostre alla Kunsthalle di Zurigo, al Whitney museum di New York, alla Secession di Vienna e alla Galerie Capitain Petzel a Berlino. E’ costituita da tavoli-vetrina sui quali sono impilate pagine strappate da libri d’arte o riviste a cui, grazie al passaggio in una stampante, si sovrappongono campiture di colore e forme geometriche. Ristampando, manipolando e riproducendo pagine di libri, l’artista cancella i confini tra passato e presente, tra archivio e memoria. Si riflette su questioni basilari come l’originalità e la riproducibilità dell’opera e la formazione o la deformazione dell’immagine nell’era digitale.

Giovedì 11 dicembre salgono sul palco Philippe-Alain Michaud, curatore al Musée national d’art moderne, Centre Pompidou, Parigi, e Thierry Davila del Mamco di Ginevra. L’artista in questo caso è David Claerbout, nato nel 1969 a Kortrijk, Belgio. Particolarità la sua continua sperimentazione di tecniche e medium diversi quali il video, la fotografia, il suono, l’arte digitale e le videoinstallazioni. Nelle opere il tema centrale è il trascorrere del tempo, manipolando ad esempio le immagini così da cancellare la linea di demarcazione tra fotografia e video, tra spontaneo e costruito. In mostra con il video Oil workers (from the Shell company of Nigeria) returning home from work, caught in torrential rain (2013). L’opera raffigura un gruppo di lavoratori nigeriani che cercano riparo dalle piogge monsoniche. Attraverso l’utilizzo di tecniche 3D, Claerbout contrappone alla staticità dei soggetti della fotografia il movimento dell’acqua, mettendo a confronto due elementi primari e vitali per i protagonisti: l’acqua, in un continente dove la siccità costituisce uno dei fenomeni più drammatici, e il petrolio, fonte di guadagno per alcuni e oggetto di sfruttamento per altri.

Teatrino di Palazzo Grassi, Campo San Samuele, Venezia; Info: www.palazzograssi.it

 

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