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Storie di famiglia

Il fumetto italiano ha tremendamente bisogno di un autore come Zerocalcare. Al secolo Michele Rech, il 30enne di Arezzo ma romano d’adozione è partito dal suo quartiere, Rebibbia – che ha disegnato cercando di smarcarlo dal pensiero comune di associare la zona al penitenziario omonimo – e dalle pagine del suo blog per conquistare la rete, sbarcare in libreria con quattro volumi (Un polpo alla gola, Ogni maledetto lunedì, Dodici e La profezia dell’armadillo, che sta diventando un film per l’esordio alla regia di Valerio Mastandrea) e attestarsi – insieme al pisano Gipi, nome d’arte di Gianni Pacinotti, classe 1963, con il quale c’è amicizia e stima, senza contare che i due, lontani da una formazione accademica, sono casualmente nati lo stesso giorno, il 12 dicembre – tra i fumettisti del momento.
Il soprannome Zerocalcare è legato a quando, dovendo scegliere un nickname per accedere a un forum online, Michele si ispirò al refrain dello spot tv di un prodotto anticalcare che stava andando in onda in quel momento. Una matita corrosiva, la sua? Il rimando potrebbe apparire scontato, ma Zero è tutto fuorché banale, e il suo modo di comunicare andando in profondità – quasi a sgrassare un vecchiume diffuso e stantio – è presente, eccome, anche nell’ultimo lavoro.
Edito da Bao publishing, Dimentica il mio nome (208 pagine, 18 euro), in vendita online in edizione speciale, è un abile – ma non ragionato nella stretta accezione del termine – intreccio tra fiction e realtà, lacrime e sorrisi, una elaborazione dei sentimenti legati alla morte della nonna («Per anni mi sono vergognato del nome di mia nonna e l’ho custodito gelosamente. Ella si chiamava Huguette. Ecco, l’ho detto», afferma il suo alter ego) e alla scoperta delle cose incomprese durante l’infanzia. Con la conseguente iniziazione all’età adulta.
Dopo aver tradotto in fumetti gli affanni di un’intera generazione, Zerocalcare torna dunque con un’opera più intimista, che ha avuto un periodo di gestazione di due anni – «è come se i libri precedenti fossero stati un banco di prova per questo», ammette l’autore – dove vengono messe a nudo tre generazioni (quelle della nonna, della mamma e dello stesso Zerocalcare) legate da un filo comune: tutte, allo stesso modo, hanno sognato qualcosa di più. In particolare Huguette, di origini francesi, è l’epicentro del racconto: alla sua dipartita i dubbi assalgono il nostro («Capisci Io ora mi vergogno della mia stupidità, mi sento in colpa. Che devo fa’ pè rimedià? Me lo devo tatuare, Huguette?», si legge nel fumetto), che fra certezza e avventura, comodità e libertà, si trova necessariamente a fare i conti con la sua infanzia, con quello che lo attende e soprattutto con l’età adulta.
Perché i rami di una famiglia si possono spezzare, ma non si lasciano marcire.

Info: www.baopublishing.it

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