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Tutti pazzi per Frida

Il nome di Frida Kahlo è quasi sempre accompagnato dal sostantivo icona. Non se ne riesce a separare. Ormai, i due camminano a braccetto come due entità di un unico concetto, perché la seconda si illude di poter definire in modo esaustivo la prima. Si pensa erroneamente che questo processo di banalizzazione sia avvenuto negli anni ’90, quando l’immagine dell’artista è diventata oggetto e soggetto delle più disparate raffigurazioni, e ci si dimentica che la prima a usare e ad abusare della propria immagine è stata lei, la stessa Frida. Baffetti accennati, rossetto scarlatto, vestiti eccentrici e le inconfondibili sopracciglia, di cui l’artista ne ha fatto la sua firma, il marchio di fabbrica che Duchamp si sforzava a trovare in R.Mutt o in Rose Selavy. Ossessivi nella loro ripetizione, i suoi ritratti non sono serigrafie, ma tutti originali con un soggetto ricorrente, Frida.

Se il processo di mitizzazione mediatico ha tristemente commercializzato il personaggio, nel caso della mostra alle Scuderie del Quirinale, è stata cosa buona e giusta. Le lunghe file che neanche domenica, l’ultima giornata di apertura, sono state un deterrente per le visite, hanno condotto migliaia di appassionati e curiosi a conoscere in maniera esaustiva non più solo la sfortunata vita della Kahlo né la sua appassionante storia amorosa con Diego Rivera o la sua militanza politica, ma soprattutto la sua produzione artistica variegata, presentata nell’esposizione con circa 130 opere tra dipinti e disegni provenienti dalle principali collezioni pubbliche e private in Messico, Stati Uniti, Europa. Senza dilungarci sulle tragiche vicende personali, che pure hanno segnato in modo decisivo il suo percorso artistico, è indubbio che la vita privata abbia influito in maniera preponderante sulle sue opere, talvolta distorcendone inesorabilmente la percezione. Tuttavia la sua vita è stata per lei linfa da cui attingere, proprio come in quel disegno di Roland Penrose che l’ha ispirata per Autoritratto con collana di spine in cui le farfalle succhiano il nutrimento di una donna fino a trasformarla in marmo. Immobile e solenne nei suoi dipinti, sorridente e familare nella vita. Così profondamente ancorata alla cultura messicana e al contempo così lontana dal suo tempo, Frida senza averne coscienza, era più vicina a noi che ai suoi compagni di vita, un’antesignana di ciò che sarebbe venuto dopo di lei. Offrendosi senza timore all’obiettivo di fotografi come Nickolas MurayLeo Matiz esorcizzava le sofferenze e l’aspetto del suo corpo martoriato, che da ventenne guardava riflesso in uno specchio.

Nella mostra alle scuderie del Quirinale tuttavia quella sofferenza è solo l’ombra che segue il suo profilo, non è la protagonista. Protagonista è il suo lavoro, benché ripetitivo e sotteso da una velata malinconia, sempre attraversato da una vivacità cromatica che Achille Bonito Oliva definisce barocca, e tuttavia alleggerita dal tratto naif che ne caratterizza le tele e reso concettuale dalla simbologia che sempre è celata in esse. Frida lascia Roma ma sono tante le persone che si ricorderanno di lei, 332.000 visitatori in cinque mesi e mezzo di apertura per una media di oltre 2.000 biglietti al giorno. Ad accogliere le sue opere e quelle di Diego Rivera, tocca ora al Palazzo Ducale di Genova, che, fino all’8 febbraio ospita una mostra curata da Helga Prignitz-Poda, grazie al prezioso contributo di Christina Kahlo (nipote di Frida) e Juan Coronel Rivera (nipote di Diego). “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”, scriveva la Kahlo nel suo diario, ma noi ci auguriamo di rivederla presto.

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