La vita e il lavoro nella DDR

Anni Sessanta. Com’era la vita nella DDR? Il padiglione Pei del Deutsches Historisches Museum di Berlino ospita fino al 31 agosto una mostra di foto a colori dedicata alla produzione giornalistica ufficiale nella Repubblica democratica tedesca. Le immagini sono presentate come stampe di grande formato, i negativi provengono dagli archivi di due fotoreporter, Martin Schmidt (nato nel 1925) e Kurt Schwarzer (1927-2012), ora conservati nella collezione del museo nazionale. Come fotografi freelance, Schmidt e Schwarzer hanno lavorato per conto di varie riviste, ma hanno anche avuto commissioni da parte della Federazione sindacale tedesca e da diverse aziende statali. La loro missione era inequivocabile: raccontare gli aspetti positivi della DDR attraverso immagini colorate, rivolgendosi sia ai connazionali sia ai vicini occidentali, mostrando aspetti di vita quotidiana e routine del lavoro nel socialismo. Dovevano restituire al pubblico le immagini di tutti i giorni, informando sull’avanguardia tecnologica della Germania orientale.

E quali immagini hanno voluto e dovuto scegliere i due fotoreporter? I soggetti più ricorrenti sono operai in fabbrica e contadini al lavoro nei campi, come l’ammiccante Traktoristin scelta per la locandina. Poi ci sono persone colte nel momento degli acquisti o donne che spingono passeggini, tutte con espressione felice e soddisfatta. In un’altra parte della mostra gli scatti delle riviste gastronomiche di regime amplificano tutta questa finzione: calamari fritti, aragoste, trote alla griglia con ananas, serviti accanto ad arance e limoni smaltati su tovaglie perfettamente blu. Eliminando la riflessione storica dal giudizio estetico si vivrebbe la mostra come un gustoso omaggio al camp, invece si è di fronte alla messinscena del piacere per emulare il successo economico della Germania occidentale.

I fotogiornalisti della DDR avevano uno scopo preciso: costruire il racconto visivo attorno al tema del lavoro, centrale nella conquista della felicità personale e collettiva. E dovevano farlo attraverso il colore, vero e proprio dispositivo di propaganda, importante nella presentazione dell’ideologia socialista perché in grado di comunicare ottimismo e rinascita, capace di descrivere la Germania dell’Est come uno stato moderno. “La fotografia a colori è una forma speciale di fotogiornalismo in grado di trasmettere ai lettori i nuovi aspetti del progetto sociale”, si legge in un documento dell’Associazione giornalisti della DDR. Così le fabbriche, l’efficienza della produzione agricola, le nuove infrastrutture e le conquiste sociali propagandate dallo stato sono state vantaggiosamente rappresentate dal colore. E il colore è diventato l’espressione della modernità nel socialismo.

Farbe für die Republik è contemporaneamente un viaggio intrigante e malinconico, perché è la visione di una società desiderata e mai realmente esistita, è la promessa di un futuro ideale in technicolor, ma è anche il complesso ritratto di un paese che non ce l’ha fatta.

Fino al 31 agosto; Deutsches Historisches Museum, Berlino; info: www.dhm.de