Improbabile Rendez-vous

Caterina Gualco Clelia Belgrado aprono le porte dei loro spazi genovesi all’ultima mostra della stagione: Improbabile Rendez-vous, protagonista della quale è un immaginario incontro tra alcuni lavori del maestro Luigi Ghirri e di Gabrielle Strijewski, artisti diversi come genere ed epoca. Eppure questo ritrovato sodalizio suggerisce un nuovo modo di guardare alla fotografia per scoprire senza troppa difficoltà punti di incontro concettuale e formale, pur mantenendo entrambi un proprio linguaggio personalissimo.

Gabrielle, fresca e vispa, ma rigorosa e coerente, ci fa volare in un cielo urbano senza tempo, dove gli ostacoli ottici di tetti, antenne e piccole vedute paiono far parte di un particolare ingrandito, una minuscola tessera di un enorme mosaico. Il visitatore è invitato a far parte di una composizione che ha il sapore della foto scattata per recuperare un momento, una luce, una sensazione che muove le corde emotive di chi guarda, passando per gli occhi dell’artista. I piani paiono tutti allo stesso livello, tanto da togliere la sensazione della profondità e permettere una percezione squisitamente pittorica dell’immagine. I tetti aguzzi si stagliano nel cielo come montagne in un orizzonte finemente irreale e si interfacciano con sagome senza nome né identità, senza definizione né motivo. I comignoli antropomorfi nel loro stato di ruggine e degrado e i tetti dalle forme più variegate, così ritmicamente imperfette da formare composizioni astratte, rappresentano la quotidiana guerra per la sopravvivenza tra cielo e terra, tra elemento scatenato ed essere inerme. Come custodi inanimati, antenne, ombre e muri immacolati si offrono solenni all’obbiettivo facendo da tramite tra il reale e il metafisico, tra il tangibile e l’irraggiungibile.

I colori evanescenti delle immagini di Ghirri coniugano alla sperimentazione una forza intrinseca che permette di guardare e all’esterno ritrovando lo stupore del poeta e rendendo la sua ricerca fotografica luogo di autoanalisi e indagine antropologica. L’artista rievoca un’età magica in cui sembra tutto perfetto e armonico, in cui l’uomo però è raramente rappresentato, solo evocato: la presenza è suggerita dal suo intervento sul mondo. Le opere esposte, testimoni indiretti dell’evoluzione del mezzo fotografico, coprono un periodo di una decade, da fine anni Settanta a fine anni Ottanta, e trovano la loro peculiare caratteristica nella ricerca non del bello, ma del particolare. I quadri sembrano staccarsi dalle pareti per la loro leggerezza pur conservando in se bui e luci dell’esistenza e danzano in un torpore creativo che sfiora l’onirico: sogno che annebbia gli occhi dalla realtà rendendola al contatto più morbida e piacevole. Nelle sale si percepisce la sintonia perfetta tra retta e infinito, arte e uomo, variabilità delle condizioni e adattabilità conseguente.

Fino al 7 settembre; palazzo Squarciafico, Piazza Invrea 5B, Genova; info: www.unimediamodern.com